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Il segreto della conversione milanese di Petrarca - PARTE PRIMA

di MARCELLO SIMONETTA


1. Baroni rampanti

Petrarca fu o non fu segretario dei Visconti? Per rispondere a questa domanda bisogna ripercorrere il suo itinerario intellettuale con una scrupolosa attenzione testuale e storiografica. Di solito l’esperienza milanese viene elegantemente elusa dai critici letterari, e relegata dagli storici nell’ambito delle incoerenze del poeta. Vorremmo evitare di cadere nella stessa accidia della critica, che in campo petrarchesco talora diviene mera critica dell’accidia. Gli otto anni trascorsi a Milano (1353-61, senza contare i lunghi soggiorni a Pavia nelle estati 1363-69), rappresentano indiscutibilmente il fulcro della vita matura di Petrarca, rispetto ai quali le successive residenze a Padova e a Venezia sbiadiscono come appendici nostalgiche e sconsolate; basti pensare al tono della autobiografica De mutatione temporum (Sen. X 2).
In effetti, la militanza apparentemente disimpegnata sotto la vipera viscontea creava imbarazzi prima di tutto allo stesso Petrarca. Non è un caso che la Epistola posteritati, come ipotizzano i più recenti editori [nota 1], sia stata scritta o largamente rimaneggiata durante i primi anni del soggiorno milanese. Questo testo cruciale per la tormentata autoriflessione petrarchesca, fonte di tutte le biografie rinascimentali, si interrompe nel 1351, non affrontando il nodo più critico della sua vita così affollatamente solitaria. Occorre indagare a fondo le contraddizioni e gli ossimori incarnati dalla figura sovranamente ambigua, a cui tocca il grandioso compito di inaugurare l’umanesimo europeo. Non possiamo fare di Petrarca il campione dell’otium umanistico dimenticando il suo coinvolgimento nella politica contemporanea, o studiare l’avido collezionista di codici senza comprendere quale fosse il suo rapporto con Galeazzo Visconti, fondatore della Biblioteca di Pavia e inventore della atroce “Quaresima”, cioè fautore simultaneo dei gradi sublimi della cultura e della tortura [nota 2].

Jacob Burckhardt, senza mezzi termini, nel capitolo sullo Stato come opera d’arte citava la lettera sul Principe ideale dedicata a Francesco da Carrara (Sen. XIV 1) come il fondamento della finzione puramente moderna dell’onnipotenza dello stato. Hans Baron avrebbe a sua volta enfatizzato la disinvoltura con cui “his Mirror for Princes appealed to the authority of Caesar just as his letters to Cola di Rienzo had appealed to the authority of the Respublica Romana” [nota 3]. Pierre de Nolhac, nel magistrale Le rôle de Pétrarque dans la Renaissance, evocando l’età in cui i tiranni si ispiravano a Cesare e i condottieri a Scipione, vedeva Petrarca come il classico dispensatore di gloria letteraria:

Dans la vie ordinaire, l’humaniste est le conseiller du prince ou de la république; il tient la plume et prend la parole en leur nom, et ces charges lui reviennent uniquement à cause de sa connaissance de l’Antiquité et de sa pratique du beau langage. Pétrarque aurait pu déjà occuper cette place, briguer ces fonctions, s’il n’avait trop sincèrement aimé la solitude, et si, d’autre part, les princes de son temps avaient eu, pour l’employer sérieusement dans leurs affaires, autant de confiance en ses lumières que d’admiration pour son éloquence. [nota 4]

Nella vita ordinaria, gli umanisti fungono da segretari per i principi o le repubbliche; ma l’ammirazione per la straordinaria eloquenza di Petrarca non va di pari passo con la fiducia nella sua intelligenza. Ciò implica che la politica sia cosa troppo seria per affidarla a un poeta. Tale giudizio, pronunciato senza alcun intento denigratorio, insinua sottilmente un dubbio sui lumi di colui che in Francia è considerato il padre dell’illuminismo. D’altra parte, esso si fonda sul mito letterario della solitudine, costruito ad arte dallo stesso protagonista. Un mito che va riletto con assoluta spregiudicatezza.
Per penetrare in quella monumentale selva di autocelebrazioni, automistificazioni e autoindulgenze che è l’ego petrarchesco, occorre usare tutte le possibili cautele e astuzie ermeneutiche. Il periodo milanese cade “nel mezzo del cammin” della vita di Petrarca, e inscena il ripensamento di tutte le esperienze e le posizioni precedenti. Se la laurea nel 1341 era stata la “prima svolta” [nota 5] della sua peregrinante esistenza, l’insediamento presso i Visconti, per usare le parole di Guido Martellotti, è una “svolta decisiva, frutto di un lungo travaglio che avrebbe nel Secretum il suo documento più diretto e significativo” [nota 6].
Il Secretum non è solo il diario privato, segretamente intimo di una crisi religiosa, ma l’apologia di una vita pubblica, scandalosamente mondana; in altri termini, è una sostanziale critica a Agostino, pur nel tipico tono della superba umiltà di Petrarca. Senza entrare in una disamina del testo che esula dal tema presente, valgano qui alcune considerazioni preliminari. Anzitutto, la scelta della forma dialogica è un implicito attacco al divino monologo agostiniano, alla pretesa di potersi rivolgere direttamente a Dio con il tu. La Verità appare in forma prosopopeica, come la Filosofia nella Consolazione boeziana, ma subito si mette da parte e diventa silenziosa spettatrice, che non parteggia per nessuno degli interlocutori, allegorizzando l’impossibilità della supervisione metafisica sulla dottrina dialogata.
I personaggi parlanti non sono persone storiche, ma hanno chiaramente la valenza dell’exemplum retorico; tuttavia, non è lecito svuotare di ogni significato autobiografico la personificazione di Franciscus. Dall’inizio alla fine, il Secretum è un dialogo sulla mortalità: e Petrarca rimane fermo nel proposito di trattare i beni mortali come cose mortali, non cede mai del tutto agli attacchi di Augustinus contro il perseguimento della “gloria umana”. Il rifiuto, o come più prudentemente vien detto nella parte finale, la dilazione della trascendenza, non conduce al trionfo dell’immanenza, ma ad una rigorosa difesa della finitudine.
Nella querelle cronologica che divide Baron da Wilkins e Rico [nota 7], si può senz’altro affermare che assai più convincente è la tesi sostenuta dallo studioso tedesco, secondo cui il Secretum sia stato variamente ritoccato a Milano. In particolare, Baron individua nelle sezioni del secondo libro su avaritia e accidia alcuni riferimenti inequivocabili al soggiorno ambrosiano. L’idea metodologica baroniana è che il dialogo, la cui copia finale è sigillata da Petrarca nel 1358, sia passato attraverso una serie di revisioni che ne hanno modificato il senso in rapporto alla nuova situazione dell’autore.
Se questa prospettiva è corretta, anche la sezione sulla ambitio merita uno sguardo ravvicinato. Il discorso agostiniano sulla fragilità umana introduce un elogio della atarassia stoica: la massima potenza consiste nel non essere soggetti a nessuno. Anche i re dipendono dai loro sudditi, e i capitani dai loro soldati. Occorre liberarsi dal giogo della fortuna e abbandonarsi alla guida della virtù, fino a diventare “nulli subiectus hominum, denique rex et vere potens absoluteque felix” [nota 8]. Petrarca aspira a questo superiore stato di libertà dai desideri (“cupioque nichil cupere”), ma lo rode il tarlo dell’insoddisfazione eterna. Neppure l’aver evitato le città, le folle e le attività pubbliche, e l’aver prediletto le selve silenziose ai ventosi onori, lo salva dall’accusa di essere inguaribilmente ambizioso: “adhuc ambitione insimulor!”
A questo sfogo Agostino replica tagliente: “Multa linquitis, mortales, non quia contemnitis, sed quia desperatis posse consequi”. Francesco si chiede allora se gli manchino tutte le “bones artes” per sperare di ottenere grandi (e non più ventosi) onori, e il suo severo interlocutore ribatte che certo gli mancavano le arti odierne che servono per salire di grado: “ambiendi scilicet magnorum limina; blandiendi, fallendi, promittendi, mentiendi, simulandi dissimulandique; gravia et indigna quelibet patendi”. Privo di tali doti cortigiane, si è volto ad “alia studia”, ma “caute et prudenter”. Eppure, non vale nascondersi dietro a un dito: egli continua a perseguire “obliquo calle” quell’ambizione che dice di disprezzare, utilizzando “otium, solitudo, incuriositas tanta rerum humanarum”, per il solo e unico fine della gloria.
Petrarca è chiuso in un angolo, da cui dice che potrebbe “subterfugere” se volesse, ma la mancanza di tempo glielo impedisce. La topica scappatoia oratoria rivela la profondità dell’impasse. Seppure non ritoccato a Milano, il brano si illumina obliquamente alla luce della scelta viscontea. La tacita elaborazione di questa difficoltà non superata porta a un rovesciamento di ottica: la lotta interiore con Agostino, come si vedrà, fa immedesimare Petrarca nel suo alter ego al punto da riscriverne l’opera. Infatti, al di là dell’analisi testuale del Secretum, si possono mostrare le complesse tessiture intertestuali di una messinscena agostiniana nelle Familiares milanesi: le Confessiones vengono rivissute in chiave personale e politica nei termini propri di una conversione.

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NOTE

[1] Francesco Petrarca, Lettera ai Posteri, a cura di Gianni Villani, Salerno editrice, Roma 1990. Per una lettura complessiva della Epistola in chiave politico-letteraria, si veda Giuseppe Mazzotta, Ambivalences of Power, in The Worlds of Petrarch, Duke University Press, Durham & London 1993, pp. 181-192.
[2] Della Quaresima, tecnica di tortura che manteneva in vita il condannato per più di quaranta giorni fra terribili tormenti, parla Alberto Savinio in Ascolto il tuo cuore, città, Adelphi, Milano 1984, pp. 194-5.
[3] Hans Baron, The Crisis of the Early Italian Renaissance. Civic Humanism and Republican Liberty in an Age of Classicism and Tyranny, Princeton University Press, Princeton NJ 1966, p. 120.
[4] Pierre de Nolhac, Pétrarque et l’Humanisme, E. Bouillon, Paris 1892, p. 29.
[5] Stefano Gensini, «Poeta et historicus». L’episodio della laurea nella carriera e nella prospettiva culturale di Francesco Petrarca, “La Cultura”, 1980, pp. 166-194, p. 194. Vedi ora Douglas Biow, Petrarch's Profession and His Laurel, in Doctors, Ambassadors, Secretaries: Humanists and Their Professions in Renaissance Italy, University of Chicago Press, Chicago-London 2002 (cap. I). Per una lettura “ascetica” del periodo milanese, cfr. Scott Blanchard, Petrarch and the Genealogy of Asceticism, “Journal of History of Ideas”, 2001, pp. 401-423. Per una brillante rilettura della Collatio laureationis, vedi ora Riccardo Fubini, Pubblicità e controllo del libro nella cultura del Rinascimento. Censura palese e condizionamenti coperti dell’opera letteraria dal tempo del Petrarca a quello del Valla, in Humanisme et Église en Italie et en France méridionale (XVe siècle–milieu du XVIe siècle), Patrick Gilli ed., Rome, École française de Rome, 2004, pp. 201-237.
[6] Guido Martellotti, Scritti petrarcheschi, Antenore, Padova 1983, p. 493.
[7] Hans Baron, Petrarch’s Secretum: Was It Revised?-and Why?, in From Petrarch to Leonardo Bruni. Studies in Humanistic and Political Literature, University of Chicago Press, Chicago-London 1968, pp. 51-101; Id., Petrarch’s Secretum. Its Making and Its Meaning, Medieval Academy of America, Cambridge MA 1985, in polemica con Francisco Rico, Lectura del “Secretum”, Antenore, Padova 1974.
[ 8] Francesco Petrarca, Opere latine, a cura di Antonella Bufano, UTET, Torino 1975, vol. I, pp. 126-130.

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redazione - Bartolo

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