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Il segreto della conversione milanese di Petrarca - PARTE SECONDA

di MARCELLO SIMONETTA


2. Cavalieri inesistenti

Prima di ripercorrere a fondo l’itinerario milanese, è utile ricordare che Petrarca rifiutò il grave, inglorioso, perpetuo ufficio di segretario apostolico (Fam. XX 14) [nota 9] ben cinque volte nella sua vita. A tal proposito, è fondamentale la Fam. XIII 5 [nota 10], scritta a Francesco Nelli da Avignone il 9 agosto 1352. Vi si narrano le circostanze del diniego a chinarsi sotto quel giogo dorato. La storia tragicomica avviene nella curia che di Roma non ha che il nome, e con cui Petrarca non ha nulla in comune, dominata com’è dalla turpe cupidigia.
La stima del “non mediocris eloquii, sed multo maxime silentii fideique” faceva apparire il poeta laureato idoneo per servire negli “archanis Maximi Pontificis”. L’unico ostacolo era il suo stile troppo elevato rispetto all’umiltà richiesta dalla sede romana. Avrebbe dunque dovuto “humiliare ingenium”, come scrive l’insofferente candidato, mimando sprezzantemente l’inelegante linguaggio curiale. “Requisitus ut dictarem aliquid” che fosse letteralmente terra-terra, egli per reazione stizzita spiega le ali dell’ingegno, tanto che il suo dettato appare “non satis intelligibile, cum tamen esset apertissimum”, e ad alcuni suona addirittura greco o barbaro!
Questa offesa rivoltagli dai cardinali avignonesi dovette ferire profondamente l’orgoglio dell’improvvisato dictator, se nell’ultima Invectiva antifrancese egli sbotterà: “sumus enim non greci, non barbari, sed itali et latini”! La rivendicazione italica, com’è noto, è una costante della pubblicistica petrarchesca. Ma l’accusa di scarsa latinitas stimola Petrarca a giustificare teoricamente l’infrazione alle ferree regole dell’ars dictaminis. Si lancia in una digressione, partendo dalla distinzione ciceroniana dei tre stili che è il suo fondamento compositivo, già esplicitato nella dedicatoria delle Familiares. Nell’età presente, nessuno osa elevarsi alla gravità del grandiloquium; è raccomandabile invece l’aderenza al sermo communis e allo stile moderato o “mediocrem”, che non implica la rovinosa discesa all’umile o “extenuatum”; in conclusione, “quem ipsi stilum nominant, non est stilus”.
Nell’affermare la libertà del suo stile contro la servitù della tradizione Petrarca compie un passo fatale: la decisione di non soggiogare la sua eloquenza personale al silenzio della segretezza professionale apre nuovi orizzonti verso il futuro. Qui la nota tesi di Kristeller sulla continuità fra dictatores e umanisti incontra un serio intoppo. Lo iato fra espressione privata e comunicazione pubblica si spalanca. Ed è appena il caso di accennare che la polemica implicita ed esplicita (cfr. Fam. I 6) contro la dialettica scolastica raggiungerà il suo apice in Lorenzo Valla; e che la riforma dello stile curiale verrà messa in opera circa un secolo dopo da un papa umanista come Pio II.
Al tempo di Petrarca le irrequietezze formali restavano ai margini dell’ortodossia. In quegli stessi mesi del 1352 veniva divulgata una lettera “d’alto dittato, simulata da parte del principe delle tenebre al suo vicario papa Clemente”, come ricorda Matteo Villani. Questa sferzante satira dei costumi curiali nacque nel diabolico entourage dell’arcivescovo Giovanni Visconti, nemico giurato del pontefice in esilio, ma è stata talora ascritta alle “sine titulo” di Petrarca. L’attribuzione è improbabile, ma testimonia il fatto che quello sfrontato esempio di libertà stilistica gli era segretamente affine.
Petrarca abbandonò con sdegno la babilonica Avignone e le “curie curas” (Fam. XV 3) senza una meta precisa. Era stato chiamato a Padova e a Mantova. Il 31 marzo 1353, alla vigilia della sua partenza, era stata stipulata la pace fra il Visconti, già assolto dal papa dai suoi peccati politici, e i Fiorentini. Il poeta in viaggio sostò a Milano. In quella città, contro le sue stesse aspettative, avrebbe vissuto per gli otto anni successivi [nota 11].

La reazione degli amici a questa repentina giravolta fu durissima. Celebre è la lettera di Boccaccio del 18 luglio 1353, in cui rimprovera Petrarca per aver onorato la dispotica Milano con la sua sacra corona: Silvano, mutandosi da pastore castalio in bifolco lombardo, è diventato amico di colui che soleva chiamare Polifemo o Ciclope. Occorre tuttavia domandarsi se la scelta petrarchesca possa considerarsi veramente imprevista. Nella precedente Fam. XV 7 si parla per esempio della “tyrannide immortali” viscontea contrapposta alla “ambiguam libertatem formidatumque servitium” fiorentini.
Lo scontro di Firenze contro Milano è stato troppo spesso letto in chiave ideologicamente manichea. Baron addita in Petrarca la “inability to stand firm” [nota 12] come tendenza medievale recessivo-repressiva contraria all’umanesimo in piena luce, che fiorirebbe con Leonardo Bruni. Per mostrare quanto questa interpretazione sia incompleta e insoddisfacente occorre soffermarsi sulle tre lettere familiari a Francesco Nelli da Milano (Fam. XVI 11, 12 e 13). La prima si apre con una lunga lamentazione sul valore del tempo perduto; il poeta vuole ora recuperarlo diventando padrone del proprio tempo personale, servendo in tutta libertà il padrone del suo tempo storico. L’incontro con Giovanni Visconti, “maximus iste Italus” (cfr. Var. 7) gli garantirebbe solitudo e otium, e una “saluberrima domus” di fronte alla basilica ambrosiana. Di grande conforto gli è infatti vivere a pochi passi dal ritratto vivo di Ambrogio: sull’altare si staglia un’immagine “pene vivam” del santo, a cui “vox sola defuerit vivum” [nota 13].
La sottile insistenza su questo dettaglio rivela che il sotto-testo dell’epistola sono le Confessioni, uno dei pochi libri da cui Petrarca non si separò mai durante le sue molte peregrinazioni (Sen. XV 7). L’autobiografia agostiniana rappresentava per lui un modello esistenziale ed espressivo, a cui si ispirava costantemente. Ora Petrarca vuole emulare Agostino accolto a Milano da Ambrogio: “Suscepit me paterne ille homo dei et peregrinationem meam satis episcopaliter dilexit” (V 13). A differenza del vescovo di Cavaillon che “non episcopaliter, sed fraterne dilexit”, come ricorda nella Posteritati, il potente e paterno arcivescovo milanese lo attrae, parafrasando Agostino, non tanto come “doctorem veri”, ma in qualità “hominem benignum”: è la sintesi di cesarismo e cristianesimo che Petrarca aveva cercato tutti quegli anni.

Rende ancor più complessa la cornice intertestuale la citazione di Seneca, il filosofo biasimato per esser rimasto alla corte di Nerone (Fam. XXIV 5). Appressandosi al bassorilievo ambrosiano, Petrarca lo assimila alla tomba di Scipione, evocata in una lettera a Lucilio (86) che contiene l’elogio dell’esilio di Literno. Qui l’illustre eco risuona come un autoironico, lapidario epitaffio dell’Africa, l’eternamente incompiuto opus magnum. Petrarca rielabora all’infinito le sue crisi spirituali in un dissimulato e mimetico narcisismo che mette in scena una maliziosa confessione, assai poco penitenziale: come Agostino, si avvia ad una conversione; come Seneca, si appresta a servire un tiranno.
La seconda lettera al priore fiorentino dei Santi Apostoli risponde al “secretum” non tanto segreto rivelatogli dall’amico, sulla diffidenza generale che lo circonda. In questo caso, siamo così fortunati da poter leggere le parole precise che Nelli scrisse all’amico. Distinguendosi dai satirici “detractores” e “reprehensores” di Socrate, con tipica mossa petrarchesca il priore insinua il dubbio sul suo stesso stato d’animo: “Ego autem dissentio non consentio eorum in hac parte iudiciis, et iterum consentio non dissentio. Tu cui fideliter ab omnibus scribitur, quid honori tuo conveniat visito. Si quid finaliter sentio petis? Quod expressi in literis, cursum fortune fortiter agas: Magnus enim labor est magne custodia fame. Et incongruum valde est, ut quem phylosophya liberum fecit, iniquo popularis lingue imperio territus, servus fiat” [nota 14].
Nella sua concisione, l’attacco colpisce al cuore la dottrina della fama e della libertà che si sottopone pericolosamente all’”iniquo imperio”, come lo chiama la lingua del popolo. Petrarca sente il bisogno di giustificare la propria decisione con le aperte lusinghe e le coperte minacce del Visconti, citando un motto su Cesare che non accetta il no di nessuno. Evidente è il richiamo al passo del Secretum, in cui Francesco nega che lasciare le città sia facile cosa e in suo arbitrio, come pensa Agostino. Il Visconti, “vir ecclesiasticus” e “devotissimus”, non chiede altro che la presenza del poeta nella sua città, per lo scopo politicamente nobile di “se suumque dominium honestari”. Il tutto è pervaso dal pessimismo biblico del Salmista, secondo cui operare il bene su questa terra è impossibile, e dalla morale aristocratica del vulgus ut libet, nos ut licet (“Inter populi manus versor...”). Idee che saranno riprese nella tarda Sen. VI, 2 al Boccaccio, dove Petrarca afferma di preferire il giogo di un tiranno a quello di un popolo e di abbracciare la filosofia del “minus malum” nella triste fabella che è la vita.
La terza delle lettere al Nelli, di solito trascurata dagli studiosi, ribatte ai maldicenti in forma narrativa, con la “rudis fabella sed efficax” del padre e figlio che viaggiano con un solo asinello, e vengono criticati in qualunque modo decidano di avvicendarsi in sella. Quando vediamo il vecchio cavalcare pensoso sol di se stesso (“dum sibi obsequitur”), tornano alla mente i versi di Spirto gentil (Rerum vulgarium fragmenta 53 ) [nota 15] per Cola di Rienzo:

un cavalier ch’Italia tutta honora,
pensoso più d’altrui che di se stesso.


Petrarca qui compie una feroce parodia del fallimentare idealismo rivoluzionario da lui stesso celebrato, optando tacitamente per l’aggressivo realismo visconteo. La favoletta non ha bisogno di glosse; si passa dalla fede nella trasparenza della poesia, testimoniata dalla Var. 42 in cui il poeta inviava al duce romano una sua egloga spiegandone l’allegoria, ad una opaca autoreferenzialità narrativa. L’opposizione fittizia fra egoismo e altruismo o, in termini politici, fra monarchia e democrazia, viene problematizzata dalle figure speculari dell’anziano padre e dell’adolescente figlio, che incarnano Petrarca nelle due età della passione e della ragione. Il disilluso poeta sa di non poter compiacere tutti, e si rifugia in un occulto sarcasmo. Le sue ironie anti-fiorentine sono rinvenibili nella risposta apocrifa di Malizia a Gano del Colle (Misc. 3); qui la dissimulazione è più profonda, intaccando il mito della libertas romana.
Nelli non sembra cogliere lo spericolato gioco letterario, e Petrarca riprende con forza il parallelismo agostiniano nella più complessa Fam. XVII 10 del primo gennaio 1354. Il destinatario è Giovanni Aghinolfi da Arezzo, cancelliere dei Gonzaga, al quale era indirizzata anche la lettera sulla morte di Iacopo da Carrara (Fam. XI 3), il tiranno tirannicida ucciso dal figlio bastardo, al cui augusto discendente sarà dedicato lo Specchio dei Principi. Rispondendo al disappunto dei signori di Mantova per non aver accolto il loro invito (Var. 24, cfr. Var. 17), nella lettera all’uomo di cancelleria più che in quelle all’uomo di chiesa Petrarca scopre l’ardita e profanatrice analogia: “in hac eadem urbe ubi ego nunc simile quiddam experior”. Milano è la città ove avvenne la celebre conversione. L’unico edificio che non solo simbolicamente si interpone fra la nuova dimora di Petrarca e la basilica di Sant’Ambrogio è la piccolissima cappella ove Agostino trionfò sull’“archano conflictu dissidentium curarum”[nota 16]. La ripresa quasi letterale del titolo del Secretum (De secreto conflictu curarum mearum) sottolinea l’identificazione con l’autore delle Confessioni, da cui vengono tratte ampie citazioni, in particolare dal paragrafo sul “monstrum” delle due volontà (VIII 9). La meraviglia di Agostino di fronte alla scoperta della doppia natura fisica e metafisica del velle viene emulata da Petrarca, che la suggella commentando: “hoc est nuda et pura veritas”.
Tutti cercano la felicità, ma il cammino per raggiungerla è sempre contorto e contraddittorio. Questa filosofia fatalistico-attivistica si compendia nel motto in negotiis de otio cogitare, che capovolge quello dell’uomo d’armi Scipione. L’uomo di lettere cede alla tentazione della vita activa rispetto alla vita contemplativa. Non a caso nella Sen. XI 3 a Francesco Bruni, in occasione del cardinalato del vescovo di Cavaillon, dedicatario del De vita solitaria, Petrarca espresse la fuggevole intenzione di integrare il suo trattato con “totidem Vitae activae libros”.
Se Petrarca non fu segretario dei Visconti in senso burocratico, lo fu in senso filosofico; si dispose anima e corpo ad adattare la propria volontà a quella del suo signore e padrone. Ci si svela così il paradosso della soggettività non più medievale ma moderna, che aspira all’assoluta autonomia intellettuale e simultaneamente legittima la tirannica auctoritas politica. Essere un individuo completo, e non un soggetto diviso, è un “arduum opus”, come diceva Agostino del suo De civitate Dei.

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NOTE

[9] Francesco Petrarca, Lettere familiari, edizione critica a cura di Vittorio Rossi, Firenze 1977; per le Lettere senili, in mancanza di una edizione moderna, ci si riferisce all’edizione veneziana del 1501. Ancora utilissima la traduzione di Giuseppe Fracassetti, Typis Felicis Le Monnier, Firenze 1863-67 e 1869-70, ricca di annotazioni storiche e biografiche. Cfr. Lettere disperse. Varie e miscellanee, a cura di Alessandro Pancheri, Guanda, Parma 1994.
[10] Per un inquadramento teorico di questi problemi, si veda il fondamentale articolo di Ronald G. Witt, Medieval “Ars Dictaminis” and the Beginnings of Humanism: a New Construction of the Problem, “Renaissance Quarterly”, 1982, pp. 1-35. La familiare in questione non vi è menzionata, ma essa viene analizzata nel volume “In the Footsteps of the Ancients”. The Origins of Humanism from Lovato to Bruni, Brill, Leiden-Boston 2000. Cfr. Riccardo Fubini, Umanesimo e secolarizzazione da Petrarca a Valla, Bulzoni, Roma 1990, p. 18. Per un’analisi dei “tre stili”, v. Nicholas Mann, De la poétique à l’image, in Pétrarque. Les voyages de l’esprit. Quatre études, Éditions Jerôme Millon, Grenoble 2004.
[11] Per una ricostruzione cronologico-biografica, si vedano Ernest H. Wilkins, Petrarch’s Eight Years in Milan, Medieval Academy of America, Cambridge MA 1958; Ugo Dotti, Petrarca a Milano. Documenti milanesi 1353-1354, Ceschina, Milano 1972; Id., Vita di Petrarca, Laterza, Roma-Bari 1987, pp. 281-353.
[12] Baron, Crisis cit., p. 446.
[13] Su questa immagine di Ambrogio, cfr. N. Mann, Des images à la posterité, in Petrarque cit., pp. 82ss. e fig. 12.
[14] Lettres de Francesco Nelli à Pètrarque, a cura di Henri Cochin, Paris, Honoré Champion, 1892, pp. 192-3. Cochin nota che la massima “Magnus enim labor...” è una citazione da Petrarca, forse dall’Africa VII, 202, ma più probabilmente dall’Epistola metrica, II, 15, 283. Come mostra lo stesso Cochin poco oltre (pp. 220-1) Nelli conosceva direttamente poche opere dell’amico, e spesso solo a frammenti.
[15] Tutte le citazioni sono tratte dalle Opere italiane di Francesco Petrarca, edizione diretta da Marco Santagata, Mondadori, Milano 1996 (d’ora in poi semplicemente RVF).
[16] Cfr. ora Fubini, Pubblicità cit., p. 218, secondo cui le letture agostiniane postume di Petrarca influenzarono “personalità di laici, come Coluccio Salutati, per il quale il Secretum era opera che valeva a testimoniare la dottrina teologica dell’autore [...] La lettura penitenziale del Secretum, come testo capace di produrre conversioni, è sufficientemente indicativa al riguardo”.

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redazione - Bartolo

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