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Il segreto della conversione milanese di Petrarca - PARTE TERZA (fine)

di MARCELLO SIMONETTA


3. Visconti dimezzati

La conversione alla nuova religione della politica, operata grazie alla mediazione dell’arcivescovo milanese, implicava una smentita dell’otium che ne era stata la premessa. Nella lettera ad Aghinolfi Petrarca si dice pronto a ritornare nell’odiata Avignone per volere del Visconti; verrà invece impiegato nella missione diplomatica a Venezia, su cui Ugo Dotti ha scritto pagine esaurienti. Un caso esemplare della condotta petrarchesca si ritrova nella corrispondenza epistolare sulle trattative di pace con Genova.
Nella Fam. XVII, 4 all’arcidiacono genovese Guido Sette viene descritta l’udienza ai legati della sconfitta repubblica, ai quali Petrarca evita di elargire l’arringa consolatrice che gli era commissionata, adducendo la scusa che nessuno potrebbe eguagliare l’eloquenza del suo giustissimo Signore. In effetti, il “vir maximus” celebra la conquista con machiavellica magnanimità, accogliendo la sottomissione dei nuovi sudditi con umiltà provvidenzialistica. Petrarca non perde l’occasione di ricordare che la forma di governo preferita dai savi è la monarchia (“sub unius imperio”), e cita largamente l’Agostino dei Sermoni, elogiando la città di Dio e esortando i vinti ad accettare la fuggevolezza dei beni della fortuna. L’epistola si trasforma obliquamente nell’orazione che Petrarca si vantava di non aver pronunciata. In questo contesto, è lecito dubitare che il fervente segretario credesse veramente alla pace e si pascesse di illusioni ireniche. È il caso di dire: “Pace non trovo e non ho da far guerra”...
Quello che colpisce non è tanto l’infatuazione subita da Petrarca sotto il fascino principesco dell’arcivescovo Giovanni, quanto il suo amore sviscerato per il giovinetto Galeazzo, testimoniato precocemente dalla Var. 56 al Nelli, continuazione ideale delle citate Familiari milanesi, ma non inclusa nella raccolta postuma. L’incipit, secondo le modalità compositive già incontrate, è una lunga digressione sull’importanza dell’officio legati, tema assai caro alla trattatistica dei secoli successivi. Segue la dettagliata cronaca degli eventi.
Il 14 settembre 1353, giorno in cui giunse nella città ambrosiana il legato dello stato pontificio, fu il poeta segretario ad andargli incontro in cavalcata ufficiale. In quella occasione egli imparò a sue spese quanto sia labile e fragile la stabilità delle cose naturali. La polvere sollevata dal movimento di tanti quadrupedi offuscava il cielo e il sole, e rendeva impossibile vedersi gli uni con gli altri. Errando nel folto del corteo, appena dato e ricevuto il saluto, cercò di ripararsi dove non potesse essere offeso, né offendere gli altri; ma il suo cavallo, accecato come lui, sdrucciolò in un fosso. Il maldestro poeta sprofonda nella densa caligine di quella notte di polvere.
Ma ecco apparire il magnanimo giovinetto destinato a regnare su quelle terre, che lo chiama per nome e lo ammonisce di stare attento. E miracolosamente, il destro segretario balza in piedi, illeso, dal denso spineto in cui era precipitato, in grazia più che del suo salto, di un invisibile aiuto. L’amabile Galeazzo gli era stato vicino, aveva ordinato ai servi di scendere, e non solo lo soccorreva con la voce, ma anche con la mano. In quel momento di suprema leggerezza, Petrarca forse ripensava al salto spiccato da Cavalcanti nella novella del Decameron (VI 9): invece di ricevere le beffe maligne dei giovinastri fiorentini, lui veniva onorato dal soccorso del signore. Frutto di aberrazione momentanea (“recti confusione iudicii”), o meditato rifiuto della caligine democratica, in cui nessuno distingue le qualità personali del suo vicino? L’episodio richiama un’altro doloroso incidente equestre, narrato nella prima lettera a Boccaccio (Fam. XI 1); qui la caduta assume una dimensione allegorico-platonica, che costituisce la premessa ideologica per la ulteriore permanenza a Milano.
All’improvvisa morte dell’arcivescovo, nell’ottobre 1354, Petrarca non ipotizza nemmeno la partenza dalla capitale lombarda: coram populo, recita un’orazione funebre, che ci è tramandata solo nella traduzione in volgare di un codice magliabechiano (a Firenze era ben viva la paura di esser defraudati di una delle tre prestigiose “corone”). Il testo è esemplato sul versetto 11 del salmo 36: “Cor meum conturbatum est” [nota 17]. Il cuore di Petrarca fu turbato in quella importante occasione anche dalla presenza dell’astrologo di corte, che cercava di sottrarre al poeta il centro del palcoscenico. Come lui stesso racconta con compiaciuto sarcasmo al Boccaccio, il divinatore attendeva il momento propizio per la consegna delle insegne ducali ai tre fratelli eredi (Sen. III 1). Costui interruppe il discorso del Petrarca, e il poeta rifiutò di proseguire, dicendo di non avere pronta qualche favoletta per intrattenere il popolo milanese. L’astrologo, imbarazzatissimo e furente, proclamò che l’ora del nuovo regno era venuta. La pubblica impuntatura era un modo ironico e plateale di sottolineare la propria superiore autorità intellettuale nei confronti dei nuovi superstiziosi signori. Il primogenito Matteo sarebbe morto un paio di anni dopo, consumato dagli stravizi o, come sospettava la madre, avvelenato dai fratelli Galeazzo e Bernabò, che si divisero il potere.
Petrarca non perdeva di vista la situazione internazionale. Giovanni Visconti, il trionfatore della politica, lasciava il potere in mano a due giovani inesperti, ed era lecito nutrire qualche preoccupazione per l’equilibrio diplomatico italiano. Subito dopo i funerali, Petrarca scrisse la terza delle sue esortatorie all’imperatore (Fam. XVIII 1; cfr. X 1 e XII 1; quest’ultima rappresenta forse un modello per la famosa Exhortatio del Principe). Rispondendo all’epistola imperiale, pervenutagli con tre anni di ritardo, il poeta laureato afferma che i tempi non sono mutati: Cesare deve decidersi a impugnare le armi per unificare la turbolenta Italia, poiché il valore non si accresce mai a parole. Alla fine del 1354 Carlo IV decise di passare le Alpi. Petrarca espresse il desiderio di contemplarne personalmente l’augusta fronte (Fam. XIX 1). Si incontrarono a Mantova, dove discussero sul De viris, ancora incompiuto, che l’autore avrebbe dedicato all’imperatore qualora se ne fosse mostrato degno.
Petrarca narrò poi la storia o favola della sua vita, e per il futuro disse di volersi votare alla vita solitaria. Carlo IV minacciò di ardere l’omonimo trattato, se mai gli fosse capitato fra le mani, e difese a spada tratta la vita activa. Non ammise di aver perso la battaglia dialettica con l’uomo di lettere ma, affascinato dalla sua eloquenza, gli chiese di seguirlo a Roma (Fam. XIX 3). I Visconti negarono la licenza. Quando poi l’imperatore si allontanerà in fretta dall’Italia, donando benefici agli avversari milanesi e mostrandosi più attratto dal denaro che dalla gloria, Petrarca non gli risparmierà spietate critiche (Fam. XIX 12; XX 1).
Il suo atteggiamento polemico non gli impedì di stringere amicizia con il cancelliere imperiale Johann von Neumarkt, col quale scambiò un nutrito carteggio. Appellandosi alla confidenza segretariale (“curis omnibus reiectis in secreta parte animi tecum sum”), Petrarca traccia un’obliqua captatio benevolentiae, giustapponendo esempi della ingratitudine romana verso i propri grandi condottieri alla benevolenza verso alcuni re stranieri, e giunge al suo proposito laudatorio: l’umanista nato in una terra lontana dalle muse e dagli studi ha squarciato il velo dell’ignoranza e ha contemplato le vette della verità. La sua opera è testimoniata soprattutto dalla riforma stilistica del registro imperiale, nel quale all’incuria rugginosa dei barbari predecessori ha sovrapposto una fiammante eloquenza (Misc. 12). Tale letterata industria, lungi dall’essere amore per l’eleganza fine a se stessa, aveva un’immediata efficacia politica. Nel 1361, alla richiesta di Carlo IV di esprimere un parere sui privilegi imperiali vantati dal duca d’Austria, Petrarca, anticipando le polemiche filologiche del Valla, rispose che erano dettati da un rozzo falsario dello stile classico, come gli occhi di lince del suo cancelliere gli avrebbero certamente rivelato (Sen. XVI 5).
Petrarca riafferma costantemente la propria indipendenza. Nella Posteritati proclama sornione di essere prediletto dai leader del suo tempo, ricevendone “nullum taedium, commoda multa”. Nella invettiva contro il cardinale de Caraman [nota 18] dice di stare con i Visconti, non sotto di loro e rivendica orgogliosamente la sua diversità di rango rispetto ai cancellieri viscontei, costretti nella routine quotidiana; eppure l’epistola segretariale contro il vescovo Marquardo, reo di aver insultato Galeazzo politicamente e personalmente, sembrerebbe un prodotto della penna dell’ozioso umanista (Var. 59), anche se alcuni studiosi hanno voluto ritenere falsa la lettera sulla base di certe durezze del dettato [nota 19]. Certo non è dubbia l’attribuzione dell’orazione ai Novaresi, che il primo editore definì con ragione un “vero capolavoro politico” [nota 20]. Esemplata sul salmo 71 “Convertetur populus meus populus hic”, si sofferma sul concetto di conversione come “laudabilius correctio” morale e civile, e su quello di popolo, da non confondere con il “cetus ingens hominum armatorum”. La polemica pre-machiavelliana contro le milizie mercenarie si stempera nelle auree definizioni giusnaturaliste di Cicerone e Agostino; più avanti il dotto oratore cita il commento agostiniano al salmo 118 sulla volontà divina (lo stesso evocato senza spiegazioni nella lettera ad Aghinolfi) e il patrono Ambrogio; le auctoritates teologiche vengono infine compendiate nel dettame virgiliano parcere subiectis et debellare superbos, sigillo ultimo dell’imperialismo visconteo.
Un esempio di superbia punita dai trionfanti duchi di Milano è l’assedio di Pavia, che si era ribellata su istigazione di Jacopo Bussolari. Petrarca attacca verbosamente il frate agostiniano brandendo citazioni dal De civitate Dei (Fam. XIX 18) e accusando il profeta disarmato, vero Savonarola avant la lettre, per la sua egoistica (“sibi speciosa”) tirannia. Egli aspira ad essere ottimo oratore, imperatore e senatore, ma tutti questi titoli non gli si addicono “nisi pro parte dimidia”. Di nuovo, il cavaliere pensoso sol di se stesso viene atrocemente dimezzato e sbranato dalla retorica impeccabile del segretario. Petrarca raggiunge l’apice del suo disimpegno senza “taedium” in una lettera indirizzata al leader dei Pavesi ormai privi di cibo, esortandoli a non divorare i cani cittadini, ma a liberarli (Misc. 7). Era questa un’estrema concessione alle ciniche manie di Bernabò, il protagonista di tante novelle truci e gioiose, notoriamente amante delle caccie e delle guerre più che delle vite umane.
Il leggiadro giovinetto Galeazzo prediligeva la conquistata Pavia, dove fece costruire non solo il castello irto di torrioni e ornato di parchi ma, su consiglio di Petrarca, fondò la Biblioteca e lo Studio universitario. Il suo corpo martoriato dagli attacchi dell’artrite inasprì il suo carattere (Sen. VIII 3), forse al punto da ispirargli l’invenzione della famigerata Quaresima. Come segno tangibile della sua esclusione dalla corte buffonesca di Bernabò, Petrarca si defilò lentamente, traslocando dalla casetta in vista di Sant’Ambrogio verso San Simpliciano (Fam. XXI, 14). Di nuovo, le Confessioni ci offrono una segreta chiave di lettura: Simpliciano aveva accolto Agostino come un padre. Petrarca richiede bramosamente ai monaci la vita del santo, ma l’opuscolo è dettato da un anonimo scolaruzzo privo di eleganza. Gli sovviene la velenosa sentenza di uno scrittore non molto religioso: la gloria dei santi è commisurata all’eloquenza degli agiografi. Il trasferimento topografico indica la discesa di rango, il degrado e la sconfitta di Petrarca. È la rivincita di Scipione e del mondo classico in esilio. La nuova villa si chiamerà Linterno (ma nella Vita di Petrarca di Pier Candido Decembrio, per un fortuito lapsus calami, viene deformata in Inferno). Il poeta dell’interiorità vive silenziosamente le pene infernali di un’immensa ambizione frustrata.
Nel 1361, la peste a Milano gli offre una giustificazione per rifugiarsi a Padova, sotto l’ala protettrice dei Carrara. Ma i rapporti con i signori milanesi rimangono cordiali. Nel 1367, alla morte del segretario visconteo Giovanni Pepoli, seppellito in S. Agostino (Var. 27), si rumoreggia della sua possibile sostituzione con Petrarca, che si schermisce: vorrebbe servire con i suoi consigli un siffatto signore, ma si dichiara assolutamente incapace di sbrigare faccende pratiche. La prudente scusa si rivela insincera a distanza di un anno. Nonostante l’allontanamento ufficiale dal ducato, il 22 luglio 1368 descrive a Francesco Bruni il suo soggiorno a Pavia. Non aveva rifiutato le insistenti preghiere e le continue lettere di invito per non apparire ingrato ai Visconti; inoltre lo attraeva una certa “immagine di virtù”, ovvero di compiaciuta vanità, essendo convocato ad un importante trattato di pace. Il viaggio di ritorno verso Padova, attraversando illeso le molteplici minacce della guerra, avvolto dalla benevolenza universale, è una metafora della illusoria intangibilità del suo mito poetico-ascetico (Sen. XI 2).
La lettera si chiude con i complimenti al nuovo compagno di lavoro del Bruni nella cancelleria apostolica, Coluccio Salutati, che condivide con lui la “impresa gloriosa” affidata ai segretari del papa. La frase di circostanza segna un trapasso generazionale. Il 4 ottobre Petrarca risponde agli omaggi del giovane umanista ricordando il suo stesso impeto epistolare: ora è stanco, sente l’appressarsi della fine, e ha ferma intenzione di rispettare la brevitas con gli amici e tacere con gli altri (Sen. XI 4). A quindici anni di distanza il proposito espresso nella prima lettera milanese a Nelli, il Simonide a cui sono dedicate le Senili, viene reiterato: l’ossessione del tempo perduto svanisce nel “breve sogno” del poeta, ormai cosciente del proprio insuccesso nella vita activa. Cosa farebbe, domanda retoricamente Petrarca a Salutati, se si imbattesse in qualcuno dotato di verace e solida virtù? “Ventosa gloria est de solo verborum splendore famam quaerere” aveva scritto nella Posteritati, dividendo il suo tempo fra voluntas e fortuna: ora l’abisso che separa la declamazione dall’azione diventa incolmabile. Il volontarismo agostiniano diventa il paravento ideologico di un fallimento.
Salutati non comprende il sottile spirito autocritico dell’anziano e disilluso Petrarca. Gli invia tre lettere consecutive, senza risposta. Con tono risentito, approfittando del suo ufficio, rimprovera duramente il poeta di non aver onorato il pontefice della visita promessa, perseverando nella “visione del male”. Ma se Petrarca non vede che i lussi viscontei derivano dalle angherie di cui il popolo è vittima, e resta insensibile a questi orrori, rischia di diventare un “mostro più cupo dello stesso tiranno" [nota 21].

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NOTE

[17] Lo stesso che l’agostiniano Bonaventura Badoer da Padova avrebbe usato per la sua oratio in morte del Petrarca nel 1374. Cfr. Concetta Bianca, Nascita del mito dell’umanista nei compianti in morte del Petrarca, “Quaderni petrarcheschi”, 1992-93, pp. 293-313, p. 294. Vedi ora Fubini, Pubblicità cit., p. 217: “Petrarca non fu inquisito: fu, invece, o quasi, santificato. L’operazione fu condotta, soprattutto postumamente al poeta, dai padri agostiniani”.
[18] Cfr. ora Petrarca, Invectives, edited and translated by David Marsh, Harvard University Press, Cambridge MA 2003. La Invective against a Man of High Rank with No Knowledge or Virtue è alle pp. 180ss.
[19] Michele Feo, L'epistola come mezzo di propaganda politica in Francesco Petrarca, in Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento, a cura di Paolo Cammarosano, École française de Rome, Palais Farnèse, 1994, pp. 223-236, in part. 217: “È sceso Petrarca sotto le righe? La mia risposta è sì. Il livello inferiore della propaganda epistolare per Petrarca è tutto ristretto nel periodo visconteo. Fuggito da Avignone, Petrarca cercò la libertà e la sicurezza a Milano, sotto la protezione dei tiranni... io non credo affatto che a Milano Petrarca abbia conquistato la libertà laica dell’intellettuale moderno. Una volta ho chiamato quella libertà «puttana libertà».” Cfr. Id. Francesco Petrarca e la contesa epistolare tra Markwart e i Visconti, in Filologia umanistica per Gianvito Resta, Padova, Antenore, 1997, 621ss.
[20] Attilio Hortis, Scritti inediti di Francesco Petrarca, Tipografia del Lloyd Austro-Ungarico, Trieste 1874, p. 166; l’orazione si trova alle pp. 341-58.
[21] Coluccio Salutati a Francesco Petrarca, Roma, 21 agosto 1369 (in Il trattato “De tyranno” e lettere scelte, a cura di Francesco Ercole, N. Zanichelli, Bologna 1942, p. 201). Si noti che secondo il cronachista pavese Girolamo Bossi, un affresco “a chiaro oscuro’ col ritratto di Petrarca accanto al suo amico Galeazzo Visconti sarebbe stato eseguito nel palazzo del signore fra il 1363 e il 1367 (cfr. N. Mann, Des images à la posterité, in Petrarque cit., p. 86).

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redazione - Bartolo

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