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Il Fiasco come icona della Toscana

Contenitore di tipicità di valori culturali, sociali, economici e riscoperto quale strumento di marketing territoriale.

Mirko Degl'Innocenti

Tutor Ente: Dott. Gabriele Fattorini, Fondazione Musei Senesi, Pian dei Mantellini, 7, 53100, Siena

Tutor Corso: Dott. C. Milanesi, Viticoltura, Aspetti evolutivi della Viticoltura in Occidente e nella Toscana moderna


(omissis)

Venezia

<div align="justify">Nel Medioevo, l'arte vetraria subisce un tracollo a favore della più semplice produzione degli oggetti di terracotta. In realtà, se si fa riferimento all'iconografia medievale, ci si rende conto che i recipienti in vetro prevalgono comunque tra i contenitori usati per il servizio ed il trasporto del vino. Il vetro è già un materiale con un basso costo di produzione e proprio per questo è frequente ritrovarlo sulle tavole nelle sue forme più semplici: flaconi e bottiglie.

Gli artisti, grazie alla sua trasparenza e di conseguenza alla facilità di rappresentazione del liquido in esso contenuto, si concentrano tantissimo sulla pittura del vetro, a tal punto che questi recipienti sembrano molto più diffusi in Italia rispetto agli altri paesi europei (Francia, Germania). L'ipotesi della maggiore diffusione è suffragata anche dall'aumento dei dazi sulle transazioni dei recipienti in vetro. Quello dell'impiego del vetro a servizio del vino risulta molto ben documentato da alcune opere pittoriche tra cui, notevoli per l'attenzione artistica agli oggetti, quelle di Domenico Ghirlandaio, che documentano sia l'impiego dei fiaschi nella distribuzione del vino sia le eleganti ‘fiole' veneziane ed i bicchieri di vetro sul tavolo della famosa ‘ultima cena'.

Il recipiente più diffuso nell'uso domestico sembra essere la bottiglia detta angastara o inghistera il cui uso si protrarrà fino al XVI secolo. Soltanto Venezia, erede delle fornaci di Aquileia, mantiene la produzione, i relativi segreti e diviene uno dei più importanti centri vetrari. I vantaggi le derivarono dalla posizione geografica a cavallo tra Europa occidentale e Oriente e dalla dotazione di una flotta mercantile che le permise di avvicinare la cultura orientale e di apprendere le tecniche più raffinate dell'arte vetraria ivi esistenti. La supremazia fu però raggiunta nel Rinascimento, come è testimoniato da documenti e manufatti. È del 1271 il Capitolare di Venezia, il primo statuto dei vetrai che proibiva l'importazione di vetro straniero ed impediva ai vetrai di altri paesi di lavorare a Venezia. Nel 1291 viene decretato il confinamento della produzione veneziana nell'isola di Murano per proteggere in questo modo la città dal rischio di incendi, sconfinamento che ha favorito il perfezionamento dei sistemi produttivi ed ha fatto in modo che le conoscenze non venissero disperse. Da allora nell'isola lagunare fiorisce l'arte del vetro, che nel tempo assumerà un incontrastato ruolo di guida sia per l'originalità dei manufatti che per la capacità innovativa delle tecniche introdotte. La produzione vetraria muranese è ben nota per la sua bellezza e per la moltitudine delle forme e dei colori, sopratutto nei bicchieri e nei boccali di servizio. Così, mentre a Venezia si sviluppano e fioriscono nuove tecniche e nuove tipologie di prodotti, nel resto della penisola continua ad essere operante una tradizione vetraria manifatturiera priva di particolari elementi innovativi, come testimonia la produzione dei centri di Firenze, Treviso, Bologna, Ferrara e Ancona. Nel contempo, l'abilità e la creatività dei maestri vetrai portano a nuove realizzazioni quali il ‘vetro ghiaccio', ottenuto immergendo il semifuso nell'acqua fredda, il ‘vetro calcedonio', prodotto ad imitazione della pietra dura, il ‘vetro millefiori', ottenuto raggruppando corti segmenti di canne dai differenti colori. Si tratta, come ovvio, di ricerche finalizzate a creare differenti tipi di vetri per rispondere a richieste differenziate di prodotti. Questa strada è seguita ancora oggi dalle vetrerie moderne, con risultati altrettanto brillanti, grazie a tecnologie estremamente sofisticate . </div id="justify">


La Toscana ed il Vetro

<div align="justify">In realtà, se si fa riferimento all'iconografia medievale, ci si rende conto che i recipienti in vetro prevalgono comunque tra i contenitori usati per il servizio ed il trasporto del vino. Il vetro è già un materiale con un basso costo di produzione e proprio per questo è frequente ritrovarlo sulle tavole nelle sue forme più semplici: flaconi e bottiglie. Quello dell'impiego del vetro a servizio del vino risulta molto ben documentato da alcune opere pittoriche tra cui, notevoli per l'attenzione artistica agli oggetti, quelle di Domenico Ghirlandaio, che documentano sia l'impiego dei fiaschi nella distribuzione del vino sia le eleganti ‘fiole' veneziane ed i bicchieri di vetro sul tavolo della famosa ‘ultima cena'.

Così pure in Toscana, nel XIII secolo, esiste già una produzione vetraria nella Val d'Elsa, in cui i vetrai venivano per lo più chiamati ‘bicchierai', anche se producevano oltre ai bicchieri, boccali e fiaschi. Effettivamente non siamo in grado di sapere con esattezza come la lavorazione del vetro, progenitrice di quella del cristallo, sia stata introdotta in Val d'Elsa; nella ricerca di quelle origini infatti è più facile scoprire vere e proprie leggende che atti e documenti, almeno come in senso moderno noi li intendiamo. Comunque sia, le grandi strade della fede svolsero un ruolo determinante nel portare arte del vetro in Toscana, collegando tutto il nord Europa a Roma; prima con la via Romea e poi con quella Francigena che come noto, attraversava la valle con alcuni percorsi e in tutta la sua lunghezza, costituendo un elemento determinante per il generale sviluppo economico della zona . L'importanza di una via di comunicazione sta nella sua prerogativa di mettere in contatto culture e saperi di aree diverse, che dal confronto e dallo scambio reciproco possono evolvere nel senso di una diffusione di nuove conoscenze e di un miglioramento generale delle condizioni di vita.

Nel caso della produzione vetraria, le novità potrebbero essere state introdotte da un ordine eremitico, i Fratres de Cruce de Normandia, che sembrano insediati a San Vivaldo (Montaione) intorno al 1185: forse non è da sottovalutare il fatto che la Normandia produce vetro dal XII secolo e che gli ordini monastici sono notoriamente diffusori di tecniche artigianali. A questo dato culturale va forse aggiunta la possibilità di approvvigionarsi – data la vicinanza dei corsi di acqua – di materie prime locali come la silice e i fondenti di origine vegetale e la facilità di commercializzare i prodotti, offerti ancora una volta dalla rete viaria.

In merito alla diffusione dell'arte vetraria, le notizie più antiche che si hanno fino a questo momento risalgono al 1230 e riguardano un impianto produttivo che si trovava a Camporbiano, una località al confine tra i territori di Gambassi e San Gimignano. Nel corso del XIII secolo la produzione vetraria si è diffusa in molti centri valdelsani, raggiungendo una concentrazione eccezionale: dalle ricerche archivistiche e archeologiche risulta, infatti, che in Valdelsa funzionavano, durante il medioevo, almeno diciotto impianti, i quali, anche se non tutti attivi contemporaneamente, evidenziano il grande volume produttivo di questa zona. Inoltre, a testimonianza della grande importanza dell'attività di produzione del vetro c'è l'elevata percentuale di maestranze locali impiegate in questo settore e la loro grande diffusione in molte altre località toscane e italiane in generale. Ad ogni modo, i ‘Valdelsani', grazie alla loro operosità, seppero approfittare dello spirito di iniziativa di alcuni imprenditori stranieri che trapiantarono a Colle molte industrie in svariati settori: carta, ferro, opifici; tra le quali quella del vetro. Tutto ciò in un periodo in cui l'esercizio di arti e mestieri era protetto da leggi severissime e restrittive emesse da corporazioni che come strumento di difesa dei segreti della professione, non esitavano a ricorrere all'omicidio.

Alla fine del XV secolo i Medici avvertirono la necessità di attivare la produzione vetraria sia per la produzione di stoviglie, adeguate all'eleganza e allo sfarzo dei banchetti di corte, sia per ripristinare antiche tecniche come il mosaico e la vetrata istoriata. Nella prima metà del Cinquecento la corte medicea, per poter disporre in modo autonomo di vetri di pregio e di ‘cristalli', ossia vetri realizzati con materie prime raffinate, senza dover ricorrere alla costosa importazione di suppellettili da Venezia, dopo una serie di complesse trattative diplomatiche, assicurazioni e incentivi economici, chiamò a Firenze il maestro vetraio Bartolo alli tre Mori 27 ottobre del 1547 . La Serenissima proibiva ai maestri vetrai veneziani di trasferirsi in altre regioni ed esercitare quell'arte fuori dei confini lagunari, infliggendo pesanti pene. C'è una leggenda che narra che i Medici furono addirittura costretti a concedergli il privilegio di circolare in città armato e scortato; privilegio non consentito neanche alle più importanti famiglie fiorentine.

Le informazioni certe e più antiche che riguardano la produzione colligiana di vetro risalgono al 1331, anno in cui fu regolamentato lo sfruttamento della legna del bosco comunale attraverso il divieto di farne uso, imposto alle fornaci da bicchieri (Ass, Colle, 78, c.131). Da questa notizia risulta evidente la presenza di vetrerie sul territorio colligiano. Verso la fine del 1200 anche altri comuni della zona provvidero alla regolamentazione dello sfruttamento del legname comunale proprio perché l'incremento demografico unito ad una forte crescita dell'attività vetraria – rappresentata soprattutto dalle fornaci da bicchieri – iniziò a creare grossi problemi di approvvigionamento e di gestione del territori, non si hanno però altre fonti in grado di documentare lo sviluppo dell'arte vetraria in Valdelsa: lo statuto del 1341 è andato perduto e non ci ha lasciato traccia del patrimonio di regolamentazioni sulle attività produttive che possiamo ipotizzare contenesse.

Come già ricordato, la collocazione di numerose attività produttive lungo il tracciato della Via Francigena ha senz'altro contribuito alla diffusione della tecnologia vetraria in tutta la penisola italiana. Gli scavi archeologici e le ricerche documentarie intrapresi in quest'ultimo quindicennio nel territorio di Gambassi, hanno permesso di delineare molti aspetti della produzione vitrea basso medievale e rinascimentale: così si sono acquisite nuove informazioni sulla tecnologia preindustriale (tipo di fornaci, composizione dei vetri, materie prime, attrezzi), sulla tipologia degli oggetti prodotti (prevalentemente di tipo utilitario: bicchieri, bottiglie, fiaschi, urinali, lampade), ma anche sullo stato socioeconomico dei ‘bicchierai'. </div id="justify">


Le produzioni toscane

<div align="justify">Gli oggetti maggiormente rappresentati nei dipinti sono i bicchieri e le bottiglie, mentre sono meno frequenti le lampade per l'illuminazione e gli orinali per la pratica medica. I bicchieri hanno forma troncoconica, la base apoda, il fondo rientrato e le pareti lisce, più raramente decorate con motivi decorativi ottenuti per soffio in stampo. La bottiglia ha corpo globulare, lungo collo cilindrico, bocca svasata e piede ad anello o alto piede troncoconico a ‘piedistallo'.

Il pittore fiorentino, convenzionalmente denominato Maestro della Maddalena, nell'Ultima Cena (1280) raffigura una tavola apparecchiata con le stoviglie, di vetro, di legno e di ceramica, in uso in epoca medievale. Il vetro è incolore e trasparente. Un campionario di bicchieri realizzati in stampo è offerto da un affresco nella collegiata di San Gimignano che raffigura le Nozze di Cana. La concentrazione in Toscana, soprattutto in area valdelsana, del bicchiere soffiato in stampo ha indotto a ritenere possibile che abbia avuto origine in quella specifica area e che quel tipo di decorazione si riferisca al bicchiere gambasinus, citato dalle fonti documentarie. La diffusione di quel particolare bicchiere in altre regioni dell'Italia centro-settentrionale si collega con l'emigrazione delle maestranze.

I vetrai toscani erano soliti realizzare oggetti secondo la propria tradizione formale e tecnologica. L'uso di mangiare con le mani, solo un coltello era a disposizione dei commensali, giustifica l'uso della bottiglia munita di un collarino di vetro, riportato a caldo, che impediva che la mano unta scivolasse lungo il collo. Le vetrerie toscane producevano anche ampolle, sia per le finzioni religiose sia per contenere olio o aceto, uguali alle comuni bottiglie, sebbene munite di beccuccio e dell'ansa di presa, talvolta simili alle suppellettili metalliche. Le vetrerie producevano anche recipienti per contenere medicamenti e per la pratica medica come l'orinale: vaso a corpo cilindrico e base emisferica e larga bocca che serviva per osservare l'urina del paziente. La diagnostica medievale riteneva di individuare dal colore del liquido organico la condizione di salute del paziente (Fig. 1).

Gli oggetti conservati all'Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, e alcuni schizzi, opera dei disegnatori di corte, conservati al Gabinetto di Disegni e Stampe degli Uffizi, forniscono preziose testimonianze sul corredo vetrario del tardo ‘500. A partire dal 1600 la vetraria medicea realizza oggetti fantasiosi, a tratti bizzarri. I quattro volumi che compongono la Bichierografia di Giovanni Maggi, datata 1604, illustrano 1600 fogge di bicchieri , alcuni non utilizzabili per versare il liquido o per bere. Jacopo Ligozzi disegnava una serie di vetri ‘da capriccio', con l'intento di stupire che si aggiungevano agli oggetti rari e preziosi, collezionati dai Medici.

Negli stessi anni Jacques Callot, Baccio del Bianco, Stefano della Bella e altri artisti rimasti anonimi, disegnano ‘trionfi da tavola', destinati ad addobbare le tavole principesche con grottesche figure di animali fantastici ed a stupire per i marchingegni che emettevano suoni e creavano suggestivi giochi d'acqua. L'oggetto che maggiormente caratterizza la produzione vetraria del XVI secolo è il calice che sostituisce, anche nelle mense popolari, il bicchiere troncoconico. Si distinguono calici finemente lavorati, di varia foggia e misura, desinati alle tavole della corte medicea a modelli di semplice esecuzione, non privi di imperfezioni, usati sulle mense comuni e comunemente prodotti da tutte le officine vetrarie.



Un contenitore toscano

Fra gli elementi tipici della produzione toscana non è possibile non menzionare il fiasco, ossia un vaso di vetro, rotondo e corpacciuto, senza piede; con una copertura o veste di sala (erba palustre essiccata al sole e imbiancata con zolfo), che cinge il corpo, e forma appiè di questo la base e del quale non è ancora stata individuata l'epoca d'origine.

Nacque forse dall'ingegno di un vetraio che decise di avvolgere in erbe palustri una panciuta bottiglia consentendo una maggiore armonia termica al vino ivi contenuto.

Boccaccio nel Decamerone (1349-1352) fa riferimento al fiasco, se pur in modo generico, indicandolo come il recipiente adatto a contenere buon vino vermiglio, e specifica che esistono diverse misure di quel recipiente. Ciò lascia supporre che la produzione fosse già avviata nel Trecento.

Un affresco della metà del XIV secolo, eseguito dal pittore Tomaso da Modena, mostra un fiasco di apparenti piccole dimensioni, rivestito con cordicelle disposte orizzontalmente, che lasciano libera solo la bocca (Fig. 2). L'affresco, opera del pittore emiliano, dimostra come quel particolare recipiente impagliato fosse diffuso anche fuori dei confini regionali, e conferma l'emigrazione dei vetrai nel XV secolo e la conseguente massiccia presenza, fuori della Toscana, di bicchierai valdelsani, che erano soliti mantenere viva la propria tradizione operativa. A Modena, città d'origine di Tomaso, sin dal terzo decennio del Trecento, era infatti attiva una fornace condotta da vetrai fiorentini. Inoltre alcuni documenti trecenteschi fanno riferimento al termine fiascaio, inteso come vetraio addetto alla realizzazione di quel recipiente. Resta da chiarire se il compito di ricoprire i fiaschi con la sala spettasse ai fiascai o se pure si trattasse di un mestiere autonomo, svolto comunque all'interno della fornace, dove spesso sono documentati ingenti quantitativi di sala da fiaschi, oltre a fiaschi privi di rivestimento. I documenti quattrocenteschi informano che esisteva un fiasco grande, detto di quarto, pari a litri 5,7; uno medio, detto di mezzo quarto, di litri 2,28 e infine uno piccolo, detto di metadella, di litri 1,4.
Sandro Botticelli (Fig. 3) raffigura due grandi fiaschi appoggiati ad un tronco d'albero, che dovevano fungere da riserva di vino per i commensali invitati al Banchetto per Nastagio degli Onesti descritto nel Decameron di Giovanni Boccaccio (V giornata, IX novella), mentre un affresco di scuola del Ghirlandaio, che illustra l'attività dei misericordiosi Buonomini di San Martino dediti a distribuire ai poveri il pane e il vino, presenta alcuni fiaschi, capienti ma anche maneggevoli, riferibili alla misura di mezzo quarto.

Domenico Ghirlandaio nella nascita di Giovanni Battista (Fig. 4) raffigura un fiasco di piccole dimensioni. Un'ancella porta legati al polso due fiaschi di piccole dimensioni, contenenti vino aromatico da offrire alla puerpera. Sino a tutto il Cinquecento il fiasco impagliato, seppur recipiente d'uso comune, è utilizzato sia sulle tavole popolari che su quelle principesche, come attestano i documenti e la coeva pittura. Lucrezia de' Medici offriva, infatti, al figlio Lorenzo il Magnifico sedici fiaschi di vino greco [...] otto fiaschi di Poggibonzi [...] otto di Colle […], mentre papa Sisto V riceveva in omaggio da alcuni nobili di Montepulciano vino particolarmente pregiato, contenuto in fiaschi impagliati. Né va dimenticata una seccatissima missiva di Michelangelo Buonarroti alla famiglia, allorché l'autore della Pietà dichiarava: ‘Avrei avuto più caro due fiaschi di vermiglio che otto camicie'.

Il fiasco è dunque già popolare nel nostro Rinascimento, anche se la sua forma di allora è un poco differente dell'attuale, più panciuta e con la paglia disposta diversamente. Da ricerche fatte da studiosi di storia risulta che qualche venale autorità del tempo aveva persino ordinato di vendere solo vino in fiaschi, gravando ciascuno di questi dell'imposta ‘bacchica' una specie di IVA del tempo: anche allora, se si voleva bere, bisognava versare un balzello allo Stato. </div id="justify">

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Figure


Figura 1: Domenico di Bartolo, cura e governo degli infermi
affresco, 1444, Santa Maria della Scala, Siena (Particolare)



Figura 2: Tomaso da Modena, (1325-79)
affresco (Particolare)



Figura 3: Sandro Botticelli, Nastagio degli Onesti
dipinto su tela, 1483, Museo nazionale del Prado, Madrid (Particolare)



Figura 4: Domenico Ghirlandaio, nascita di S. Giovanni Battista
affresco, 1490, Cappella Tornabuoni-Tornaquinci, S. Maria Novella, Firenze (Particolare)









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