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Michele Scoto, Pietro d'Abano
e la tradizione astrologica dell'Occidente latino
Davide Arecco Docente di Storia della Scienza e della Tecnica presso l'Università degli Studi di Genova
La figura di Michele Scoto
Figura essenziale per la corretta comprensione e valutazione storica dell'opera di Pietro d'Abano, uomo di scienza e astrologo, Scoto visse tra la seconda metà del secolo XII e la prima del XIII. Incerto è il suo luogo di nascita, posto da alcuni in Scozia tra il 1170 ed il 1175, da altri a Salerno o a Toledo in quegli stessi anni. Morì, pare, verso e non oltre il 1 2 36. Nel 1 2 17 è a Toledo, dove tradusse in latino il De sphaera di Alpetragio, il De animalibus , il De caelo et mundo , il De anima , e, pare, la Fisica e la Metafisica di Aristotele con i commenti di Averroè, nonché il commentario di Averroè al De generatione , ai Meteorologica e ai Parva naturalia . Tutte queste traduzioni contribuirono validamente a far conoscere il pensiero aristotelico e i filosofi arabi in Occidente. Nel 1 2 2 0 si recò in Italia, dove ottenne benefici ecclesiastici da Onorio III e Gregorio IX. Avvicinatosi in seguito a Federico II, Scoto venne nominato astrologo di corte e nel 1 2 30 dedicò all'imperatore la sua versione del De animalibus di Avicenna.
Di suo compose una grande opera astrologica, dedicata all'imperatore Federico II, in tre parti, Liber introductorius , Liber de particularibus e Physionomia , e ancora, durante il soggiorno spagnolo, una Divisio philosophiae , che segue fedelmente l'opera omonima di Gundisalvi - di cui ci rimane solo qualche frammento - e le Quaestiones Nicolai peripatetici – andate interamente perdute. Famoso cultore di magia, è collocato da Dante nella bolgia degli indovini, fra coloro che vanno errando nell'ottavo cerchio ( Inferno , XX, 116-117). Il suo trattato di fisiognomica è composto secondo la lezione tradizionale di cui partecipa anche Pietro d'Abano.
Scoto studia il volto dell'uomo sul quale i pianeti hanno contrassegnato le vicende della vita di ognuno. Gli astri esercitano la loro influenza sulla generazione umana ed imprimono i loro sigilli sui suoi lineamenti, dai quali è possibile leggere quanto dai corpi celesti è stato stabilito. Scoto interpreta i sogni e crede anch'egli, come i suoi contemporanei, nelle meravigliose proprietà di erbe e pietre. Riconosce alchimia e arti divinatorie, e, al di fuori dell'esercizio medico, non si dedica ad altro che alle scienze occulte, ignorando completamente la teologia sacra. Nel suo trattato astronomico studia le sette regioni dell'aria, gli spiriti dei pianeti e delle immagini astrali, fornendo preghiere e segni di scongiuro per ogni momento del giorno e della notte e sommando studi di meccanica celeste a digressioni storiche sulla stessa astronomia, tra le prime in assoluto, anche e soprattutto a livello di fonte documentaria.
Fu molto stimato dai contemporanei. Ruggero Bacone credette erroneamente che a lui si dovesse l'introduzione di Aristotele in Occidente. Leonardo Pisano gli dedicò la seconda stesura del 1 2 2 8 del Liber abaci presentando Scoto come il suo maestro, mentre Tommaso di Cantimpré, Bartolomeo di Inghilterra e Vincenzo di Beauvais lo considerarono un'autorità. A criticarlo con severità fu invece Alberto Magno, il quale gli rimproverò di non essere veramente riuscito a comprendere lo Stagirita, nonostante usasse poi anch'egli la sua traduzione della Historia animalium .
Scoto definì come esperimenti numerose operazioni di natura magica e, a parole, si diede un gran da fare per censurare magia e negromanzia, distinguendone la struttura ed il procedere da quelli della scienza astrologica. Di fatto, non si ritrasse dall'occuparsi di ogni forma di arte magica esistente alla sua epoca, trattandone troppo e troppo minutamente. A lui è attribuito anche un Liber luminis luminum , non lontano dalla mistica apofantica dello Pseudo Dionigi l'Areopagita.
Pietro d'Abano e lo Studio di Padova
Con Pietro d'Abano incontriamo la prima figura precisa con cui si presenta il sapere scientifico nella cultura veneta fra XIII e XIV secolo. La serie dei medici, come del resto quella di grammatici e giuristi, che accompagna la complessa vicenda dello Studio di Padova dai suoi inizi nel secondo decennio del Duecento al suo primo vero sviluppo alle soglie del Trecento resta tutto sommato ancora poco certa e determinata. Al massimo, si conosce una serie di nomi e segni di effimera celebrità presso il pubblico coevo. In ogni caso, per quanto concerne la storia delle scienze nel Veneto tra Due e Trecento, rimane fuor di dubbio che Pietro occupi un posto a dire poco centrale.
Pietro d'Abano, insieme filosofo e scienziato, tipica intelligenza comunale del secondo Duecento, proveniente da una famiglia notarile – come Marsilio da Padova – passata dal contado alle mura cittadine, fu convinto assertore di una forma di philosophia perennis , tesa a prospettare una visione organica della Natura e del sapere che ha il compito di studiarla e rispecchiarla. Dall'industrioso mondo bizantino di traffici e commerci, scambi ed esplorazioni, gli vennero diversi tra i materiali che confluirono nella sistemazione della sua dottrina medica. Da vero filologo della scienza medica, Pietro condusse un'intensa e matura attività di ricerca e recupero dei testi classici a Bisanzio, erede della più affascinante ed antica tradizione scientifica nonché capitale orientale di una grande rinascita delle medicine.
La sua attività di traduttore dal greco, grosso modo inquadrabile nel ventennio 1 2 70-1 2 90, rivela la profonda esigenza di un contatto e di una conoscenza diretti del mondo scientifico e culturale ellenico, prescindendo da quell'intermediazione araba così caratteristica dell'età medievale – pensiamo alle citate versioni toledane e salernitane del 1100. La figura, realmente precorritrice, di Pietro si può in tal senso accostare a quelle di Guglielmo di Moerbeke e Roberto di Lincoln, sino a costituire quella che George Sarton ha definito una pietra miliare nella storia dell'umanesimo scientifico . Sulla scia dei contatti approfonditi che la realtà mercantile veneta e veneziana intrattenne con il mondo orientale – Pietro conobbe tra gli altri anche con Marco Polo, dal quale ricevette notizie sull'Asia – Bisanzio si rivelò al magistro patavino quale culla di due forme culturali, il galenismo e l'enciclopedismo, che saranno poi fortemente riecheggiate nelle pagine del Conciliator , straordinaria testimonianza di un credo medico che alla speculazione teorica associa l'applicazione concreta.
L'impegno consapevole, in merito ai codici scientifici, di scoperta dell'ignoto e riscoperta del poco (e male) noto, condusse Pietro a intendere la medicina, piuttosto che alla stregua di un dono di Dio, quale costruzione interamente umana della Natura. Pietro esplora monumenti dell'antico sapere medico, riscopre codici ancora sconosciuti in Occidente di Dioscoride e riporta alla luce un esemplare greco dei Problemata attribuiti ad Aristotele, inserendosi con ciò, e non senza importanti conseguenze, nella antica letteratura dei Problemata , la quale annovera anche i nomi di Alessandro di Afrodisia e di Cassio Iatrosofista.
Proprio il codice ed il commento di Pietro giungeranno per mano di Marsilio da Padova all'averroista parigino Giovanni di Jandun. Sempre bizantino è il materiale che consentirà a Pietro di completare la precedente versione di Burgundio da Pisa della Methodus galenica. Negli ultimi due lustri del Duecento e nel primo del Trecento, Pietro è a Parigi, dove entra in contatto con la cultura naturalistica delle Artes , e dove la separazione metodologica da lui operata tra scienze naturali - coltivate alla luce di fisiognomica ed astrologia - e teologia sacra – così viva nelle discussioni dello Studio parigino – gli recheranno le prime ventate di sospetto da parte degli Inquisitori Domenicani, accuse di fronte alle quali Pietro farà sempre decisa professione di ortodossia.
Ancora nel De motu octavae sphaerae composto dal Grande Lombardo, il concetto tanto scandaloso di eternità del mondo è concepito e presentato alla stregua di una mera ipotesi. E' doveroso ricordare, a questo punto, le importanti incentivazioni che giungono nel medesimo periodo dal regalismo antiteocratico di Filippo il Bello nel dare impulso e protezione allo sviluppo delle scienze naturali e meccaniche, matematiche e medico-astrologiche. Proprio la medicina, dalla riconosciuta ed attestata dignità filosofica, è nell'opera di Pietro il ponte gettato fra Cielo e Terra, tra umano e divino. Dopo il soggiorno parigino, Pietro, le cui iniziative si vanno sempre situando entro il più ampio contesto storico e culturale del suo tempo, fa ritorno a Padova per trascorrervi gli ultimi dieci anni di vita (1305-1315 circa).
Sono gli anni della Compilatio Physionomiae , marcatamente segnata dall'influenza di Rhazes e di Michele Scoto, e della versione latina del corpus astrologico di Abraham Ben Ezra, tradotta in precedenza anche da Enrico Bate di Maline e successivamente inserita, come la Astrologia Ippocratis , nelle stampe veronesi e veneziane dei testi del lombardo edite fra XV e XVI secolo. In Pietro, la fisiognomica in particolare – viene fatto di pensare a Cecco d'Ascoli - unisce e lega intimamente ordini e piani differenti della realtà, espressione della legge di natura e poggiante a sua volta su di un sicuro e precisamente delineato fondamento astrologico.
Quanto alla ripresa dell'alchimia, tenuta distinta e separata dalla magia, essa consente di operare e penetrare sui nessi intimi e costitutivi propri della natura e dell'uomo che ne partecipa, entro l'antico legame di macrocosmo e microcosmo. Il De venenis , databile intorno al 1315 circa, nel suo genere ben più di una semplice opera di erudizione e compilazione, affronta il tema dei veleni minerali, vegetali ed animali, arrivando a costituire la controparte dotta di quanto si può rinvenire nella ricordata cultura popolare di lapidari, erbari e bestiari. Dove nel caso di questi ultimi lo sfondo si fa moraleggiante e mistico-allegorico, nell'opera di Pietro si mantiene sempre entro i binari della trattazione di stampo universitario.
Medicina ed astrologia, voci singole ma strettamente interconnesse di un'unica indistinta cultura da cui platonicamente discendono, sono le grandi protagoniste dei due capolavori composti da Pietro, il Lucidator dubitabilium astronomiae e il Conciliator differentiarum philosophorum . Quest'ultimo è stato definito da Lynn Thorndike come una vera summa di scienze occulte, grandioso ed ordinato prospetto di una natura controllata dalle stelle, astri a loro volta dotati di potentia e virtus occulta . La stessa astrologia si configura in Pietro come una scienza e nella sua luce viene riletta l'intera storia umana, non senza alcuni significativi rimandi alla mistica pitagorica dei numeri. Le due opere dette si rivelano una ricca testimonianza di vaste ed attente letture di testi filosofici, medici ed astronomico-astrologici sia antichi che coevi.
Si parla dei classici – ai nomi si qui riportati va aggiunto quello di Tolomeo – e dei loro commentatori greci e musulmani – come Simplicio e Averroè. Le fonti filosofiche e scientifiche arabe cui Pietro fa riferimento – Algazali, Alkindi, Alfarabi, Alhazen, Mashalla, Mesue – sono le stesse di cui si sono nutriti nel Duecento Ruggero Bacone e Tommaso d'Aquino. Le quasi sempre puntuali letture ed esposizioni dei testi, il loro appropriato utilizzo unito alla capacità di coordinarli sapientemente nelle conclusiones , dimostrano come tutto l'enorme materiale non sia solamente citato o richiamato, ma realmente posseduto.
In tal senso, si può affermare che la figura e l'operato di Pietro svolgano un ruolo veramente stimolante ed iniziatore per le scienze, non soltanto mediche, del tempo. Il procedimento da lui seguito negli scritti ricordati è quello delle quaestiones che, presentate come differentiae , sono più di duecento nel testo del Conciliator , e sette, delle dieci complessivamente preannunciate, nel caso del Lucidator . Alla chiara e dettagliata esposizione di ogni argomento segue l'elenco delle diverse opinioni espresse in merito dalle autorità precedenti. Infine, Pietro espone la propria teoria e controbatte le contrarie. Ricordiamo, tra i temi trattati, la descrizione dell'occhio, della polarità della calamita e del compromesso astronomico messo a punto da Eraclide Pontico. Ma, su tutto, si può dire che troneggi il tentativo, manifestato in particolare nelle prime differentiae dei due scritti, di fissare i tratti distintivi della disciplina che si va affrontando.
Il rigore logico del corretto argomentare non deve far pensare al criterio della doppia verità di Sigieri di Brabante, d'altra parte mai espressamente chiamato in causa da Pietro, quanto piuttosto ad una precisa connotazione della philosophia naturalis ed alla assegnazione di un metodo suo proprio ad ogni disciplina filosofica e scientifica, da seguirsi con cura perché garanzia di conclusioni corrette. Si tratta di una precisazione metodologica da parte di Pietro non facile a trovarsi nel suo tempo, in cui non tutti dimostrano di saper pienamente maneggiare l'astronomia-astrologia, mancando della sua capacità di trovare un armonico equilibrio tra livello teorico del discorso e versante pratico ed applicativo. Con Pietro d'Abano, l'insegnamento della scienza medica allo Studio di Padova agli albori del XIV secolo si presenta pertanto strettamente connesso a quello dell'astrologia.
Tale impostazione è destinata a prolungarsi oltre la divisione accademica delle due discipline – pare, malgrado la fonte sia controversa, che all'incirca nel 1338 l'insegnamento dell'astrologia nell'Università patavina fosse impartito indipendentemente da quello della medicina da Guglielmo di Montorso – e rigogliosi sviluppi della scienza medica si avranno grazie alla solida impostazione su basi astronomiche data da Pietro. Un altro elemento, di antica tradizione ed attestato nei suoi scritti, contribuirà ad arricchirla. Si tratta della costruzione di strumenti ostensivi delle teorie astronomiche, che nel mezzo secolo seguentera ggiungerà, con l' astrarium di Giovanni Dondi dall'Orologio, risultati straordinari.
Infatti, all'inizio del Conciliator , lo stesso Pietro afferma che, al fine di chiarire un tema astronomico particolarmente complesso quale il movimento dell'ottava sfera - ossia il nostro moto di precessione degli equinozi – ha ritenuto opportuno non soltanto comporre l'apposito trattato sopra ricordato, ma anche di costruire un modello materiale dimostrativo. La saggezza e la ricchezza di Pietro gli procurarono presto l'avversione di un collega, che lo denunziò al Tribunale dell'Inquisizione di Padova. I suoi scritti vennero fatti bruciare, e, una volta avvenuta la sua morte, la medesima sorte toccò al suo cadavere. Nonostante la condanna dell'Inquisizione veneta, Federico duca di Urbino volle innalzargli una statua davanti al proprio palazzo.
Le sue opere vennero pubblicate nel corso del Cinquecento da ermetisti quali Tritemio e Agrippa. E ancora nel XVII secolo, lo zoroastriano Gabriel Naudé cercò di liberare il suo nome dal pesante marchio dell'eresia. Pietro credeva - oltre che in una profetologia oroscopica a sfondo stellare - nella geomanzia, la forma di arte divinatoria capace di svelare il futuro in base alla figura formata dal terriccio gettato casualmente su di una tavola. A lui si deve anche l'invenzione di un semplice metodo divinatorio. Se si tracciano su una carta quattro file di punti di numero indeterminato e se ne cancellano due per volta, quelli rimanenti risulteranno essere due oppure uno per ciascuna delle quattro linee. Si otterrà in tal modo una delle seguenti cifre: 2 2 2 2 , 2 2 2 1, 2 2 11, 2 111 e così via di seguito. Fra le sedici combinazioni possibili, le quali sono in rapporto con i segni ed i pianeti dello Zodiaco e che sono in grado – se rettamente interpretati - di predire il futuro, otto sono propizie e le altre otto invece sfavorevoli. A molti riuscirà difficile credere che quello che oggigiorno è un innocuo passatempo abbia un tempo messo in pericolo la vita del suo ideatore.
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