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ScriptaVana
Abitante Anziano
   
1874 Posts |
Posted - 01/08/2006 : 19:26:38
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Questa discussione origina dalla sezione "Il mio equipaggiamento" e dalla discussione proposta da Gabriele da Lari a richiesta della valutazione del suo abbigliamento anche in funzione del ruolo (notaio "alle prime armi") interpretato.
Ne è discesa una discussione che investe maggiormente aspetti relativi all'uso delle fonti, alla storia sociale ed istituzionale (il notaio come professione di prestigio che comporta uaùna adeguata ostentazione nell'abbigliamento) e, auspicabilmente soprattutto, ai fini di pervenire a smussare una serie di luoghi comuni radicati.
Il fulcro parte da un intervento di Carla (sempre a seguito della discussione citata) che qui riporto nella sua integrità.
quote: E ora passiamo alle notazioni di Scriptavana… Nelle leggi della seconda metà del duecento, legate in genere a fasi di Comune di popolo e lotte antimagnatizie, si tende a limitare in generale il lusso ed eguagliare le varie classi sociali; è difficile cioè trovare indicazione delle singole classi e di cosa è loro permesso. Diciamo che ciò che è vietato è vietato a tutti, indistintamente. Ad esempio, sempre Siena, sempre 1274, a nessuno è permesso di portare perle cucite sugli abiti, mentre a uomini e donne (indistintamente) è permesso di portare vesti decorate unicamente sul petto alla scollatura, ai polsi e alle fenestrelle delle maniche… le bande decorative sugli orli, molto più ampi e quindi più costosi da ornare, sono esclusi. Nel 1307, sempre Siena, è citato il notaio, come ufficiale incaricato di appostarsi all'ingresso delle chiese per controllare l'osservanza delle norme (quindi, un Gabrielsenese di inizi trecento è autorizzato a guardare nei dettagli le signore… ehm…). Successivamente, nel 1300, compare la scansione delle limitazioni per classe sociale. L'abito diviene un indicatore di appartenenza sociale, e il suo linguaggio non può più essere trasgredito. Col tramontare dei Comuni di popolo, e il passaggio a ristrette oligarchie (che sfocierà nelle signorie) le vesti servono a separare ed evidenziare le appartenenze sociali. Ci si veste quindi secondo il ruolo, indipendentemente dalla ricchezza effettiva. Qui occorre quindi valutare Comune per Comune quando avviene questo passaggio, in alcuni è molto precoce, forse già fine '200, in altri come Milano molto più tardo. Comunque, nelle leggi del '300 e del '400 i notai sono spesso citati come appartenenti alle categorie più elevate e con minori limitazioni, o con indicatori sociali più "ricchi", accanto a giudici, dottori in legge e medicina e cavalieri e loro signore; quindi il prestigio ed il ruolo sociale della categoria non dovrebbe essere declinato di molto, almeno nei Comuni dei quali possediamo un corpus di leggi suntuarie di questo tipo.
responsio ..dne..dne.. carole
L’osservazione sullo status socio – economico del notaio medievale parte da una necessità e un assunto che in parte prescindono il discorso strettamente istituzionale: l’intento della precedente considerazione è da cogliersi come un invito ad evitare facili generalizzazioni che possono divenire o supportare radicate convinzioni prive, in parte o in toto, di fondamento, ovvero quella serie di luoghi comuni per i quali ho lanciato una provocazione e principato a contraddire nella piccola sezione di “scrittura e miniatura” (cfr. proposta di discussione “Omnia sunt (“loca”) communia!”).
Per chiarezza, mi auguro, del ragionamento apporterò alcune considerazioni che sono dati comuni al lavoro della ricerca e della ricostruzione storica: non è presunzione della ignoranza del lettore, casomai certezza della mia, ma espediente, ripeto, per la semplificazione, del discorso.
Un errore da me commesso nella precedente osservazione sul “rango” del notaio è stato quello di non circoscrivere chiaramente i parametri cronologici e geografici, finendo quindi per inferire dati discronici. Il ragionamento avrebbe dovuto essere limitato al secolo XIII e ad alcune aree dell’Italia centrosettentrionale, e sono già contesti cronologico e spaziale molto ampi, poiché l’origine del dibattito verte sulla rappresentazione / interpretazione del notaio in tale ambito.
Pertanto quanto segue vale principalmente per il notariato della seconda metà del secolo XIII di area “lombarda”; a parte esprimerò alcune considerazioni per periodi successivi e aree diverse.
Il presupposto “il notariato è professione di prestigio, quindi tutti i notai godono di un elevato status” rischia di essere un entimema fallace; naturalmente altrettanto debole sarebbe il ragionamento opposto.
La citata legislazione suntuaria di per sé ha il limite di essere intesa a normalizzare un eccesso: non credo sia corretto derivare da ciò una tipologizzazione generalizzante di censo delle categorie professionali a meno che non venga supportata da fonti diverse che forniscano dati quantitativi estensivi. Il che non significa che le fonti legislative e statutarie siano inutilizzabili o foriere di errore (non esistono fonti corrette o erronee, per definizione sono “neutre”, la validità dipende dal metodo e dall’uso che se ne fa).
Nel saggio di Barbieri [1] vengono utilizzati dati tratti dall’estimo di San Pietro in Ciel D’Oro (Pavia) del 1254.
La presenza di notai accanto «a personaggi di scarsissimo rilievo sociale fa intendere che in molti casi, a metà del Duecento, il prestigio PERSONALE non fosse particolarmente elevato» (il maiuscolo è mio). Ancora: nel terzo decennio del Trecento il notaio Michael Grassus esercita anche la professione di “cartaio” (venditore di pergamena) e gli accade di rogare nella propria statio (ibidem). Ancora: l’estimo del notaio Rubaldo de Rubeis presenta voci passive (debiti) e voci attive (crediti, proprietà fondiarie) finisce col presentare un bilancio di poco in attivo (9 lire).
Per contro sono attestati notai che in virtù del particolare aggancio con istituzioni ecclesiastiche godono di un censo rilevante.
Fondamentale, ai fini di questo ragionamento, è la conclusione di Barbieri: «Dalle notizie di tutte queste attività secondarie dei notai risulta almeno un dato: che nel corso del Duecento e in parte nel Trecento la collocazione sociale degli affiliati al Collegio NON È UNICA, ma oscilla tra posizioni di prestigio … e altre situazioni di gran lunga meno rilevanti …» (maiuscolo sempre mio). Ancora più importante l’avvertenza: la fonte utilizzata è comunque una fonte particolare e parziale, da questa NON si può derivare un quadro generalizzato e generalizzante del notariato a Pavia nella seconda metà del secolo XIII.
A Milano nella prima metà del secolo XIII lo spaccato sociale del notariato è altrettanto variegato [2]: sono attestati notai provenienti da famiglie della aristocrazia, da rilevanti famiglie di Popolo, ma «la maggior parte dei professionisti doveva essere però di origini più umili, appartenenti, come si vedrà a famiglie impegnate nell’arte della mercatura o del prestito. Di un gran numero di notai, infine è impossibile indicare il ruolo e l’importanza delle famiglie di origine, segno certamente del basso livello sociale di queste ultime …». Ma al contempo si nota «La professione notarile era infatti un efficace strumento di affermazione sociale». Tuttavia, mediamente, «Il variegato stato sociale dei notai si rifletteva anche sulle loro disponibilità economiche, poiché, come è stato osservato, spesso i semplici proventi dell’attività professionale erano insufficienti a garantire un tenore di vita dignitoso, obbligando molti ad integrare i propri redditi in diverse maniere… Anche a Milano, non è difficile trovare notai impegnati in una molteplicità di operazioni economiche. Fra essi, il nucleo maggiormente degno di interesse è sicuramente quello dei personaggi che si impegnano in attività mercantili …».
Più tarda, ascrivibile al Trecento inoltrato, è la “lamentazione” di un notaio anonimo, ipotizzato di area emiliana [3]:
Debitamente solivam li notari actender solamente alle scripture or li convien procacciar li somari si como mixi dentro delle mure ad casa ad casa, come li fornari per le taverne e per l’altre bructure; ma ‘1 bon salario li restora un pocho ché spisso l’à magiore '1 birro o el cocho
Nel secolo XIII sembra che il “prestigio” professionale del notaio, inteso come singolo professionista o, al più, come famiglia, sia legato al rapporto soggettivo con la o le istituzioni dominanti [4].
Vistose e prolungate nel tempo eccezioni sono costituite dal notariato genovese, veneziano e ravennate: il primo per il prolungarsi del rapporto privilegiato tra notariato e istituzioni di “governo” [5], i secondi per il retaggio bizantineggiante che costituisce una variante rispetto allo sviluppo del notariato “italico”.
Analogamente Bologna, dove effettivamente il notariato gode di un’aura significativa per il rapporto con il locale studium [6].
Un fattore discriminante, che in parte è anche cesura cronologica, tra la figura del notaio il cui censo è espressione non di appartenenza ad un collegio, ma di “fortuna imprenditoriale” personale, e l’assunzione invece di prestigio in quanto appartenente ad una professione mi sembra risiedere nella progressiva chiusura corporativa dei collegia nel corso del secolo XIV: precoce a Bologna, graduale e protratta nel tempo a Milano [7]. Sostanzialmente si registra un innalzamento della tassa richiesta per l’iscrizione alla matricola (con eccezione dei candidati appartenenti a famiglie di notai), il che implica necessariamente una selezione in base al censo. In secondo luogo si tenderà ad escludere dalla professione il candidato proveniente da famiglia che pratichi lavoro “vile” o che sia figlio naturale: si ricorderà, Leonardo da Vinci, figlio del notaio ser Piero di Antonio, non avrebbe potuto iscriversi al collegio in quanto “bastardo”.
Il dato relativo al censo di per sé non sarebbe comunque indice di una diretta correlazione tra professione e prestigio: più interessanti sembrano essere le esclusioni miranti a preservare una immagine di “onorabilità”, ma queste sono tarde (secoli XV-XVI) rispetto al discriminante economico e veramente sembrano essere l’ultima difesa ad un declino del prestigio.
A conclusione: non si tratta tanto di sostenere l’una o l’opposta tesi “se il notaio fosse o meno dotato di status elevato”, quanto di forzarsi ad evitare le già denunciate pericolose generalizzazioni, soprattutto in funzione di quel ruolo di didattica nei confronti del pubblico che il ricostruttore esercita, e della quale ormai stiamo dibattendo in più discussioni e da più tempo.
[1] E. BARBIERI, Notariato e documento notarile a Pavia (secoli XI-XIV), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1990, in particolare le pp 179-181
[2] il riferimento è ai dati estrapolati da P. GRILLO, Milano in età comunale, 1183-1276: istituzioni, società, economia, CISAM Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 2001, particolarmente alle pp 417-418, 422-423
[3] il testo è riportato in M. BERENGO, Lo studio degli atti notarili dal XIV al XVI secolo, estratto dal volume degli Atti del Congresso Internazionale tenuto in occasione del 90° Anniversario della fondazione dell’Istituto Storico Italiano (1883-1973), il saggio è fruibile in http://venus.unive.it/riccdst/sdv/storici/berengo/pdf/berengo_attinotarili.pdf, una avvertenza: l’approccio critico in questo caso è relativo al rapporto tra notaio e istituzione di governo
[4] indicazioni in tal senso si hanno in P. MERATI, Il mestiere di notaio a Brescia nel secolo XIII, in «Scrineum» 4 (2002), e P. CANCIAN - G.G. FISSORE, Mobilità e spazio nell'esercizio della professione notarile: l'esempio dei notai torinesi (secc. XII-XIII) , in «Bollettino Storico - bibliografico subalpino» XC (1992)
[5] un saggio classico rimane G. COSTAMAGNA, Il notaio a Genova tra prestigio e potere, Consiglio Nazionale del Notariato, Studi storici sul notariato italiano, I, A. Giuffrè Editore, Milano 1995, per Genova e Venezia si veda A. BARTOLI LANGELI, Il notariato, in «Scrineum» 3 (2001)
[6] un saggio di base al notariato bolognese è G.TAMBA, Una corporazione per il potere. Il notariato a Bologna in età comunale, CLUEB, Bologna 1998
[7] cfr. A. LIVA, Notariato e documento notarile a Milano. Dall’Alto Medioevo alla fine del Settecento, Consiglio Nazionale del Notariato, Studi storici sul notariato italiano, IV, A. Giuffrè Editore, Milano 1979, particolarmente le pp. 146-149 e 160-178
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carla
Moderatore
   
1367 Posts |
Posted - 02/08/2006 : 08:59:53
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Concordo sul non generalizzare e sull'agganciarsi alle singole situazioni locali. Infatti le tracce dei notai nell'ambito suntuario sono scarse e più o meno, per il '200, limitate all'incarico di sbirciare i costumi delle signore. Il fulcro della mia disceptazione era invece legato all'abbigliamento e alle leggi suntuarie, e al fatto che effettivamente, da un certo momento in poi esse stabiliscono di fatto un modo di vestire "standard" per ciascuna categoria, modo di vestire che assume quindi il significato di indicatore sociale e di ruolo. Esse, a parte le situazioni iniziali, legate a Comuni di popolo e ordinamenti antimagnatizi, non sono intese dai ricercatori attuali come mero strumento per "limitare gli eccessi", quanto come elemento per stabilire ordine all'interno di una società che, come giustamente dici, va progeressivamente chiudendosi. Così, già dalle apparenze esteriori deve essere chiaro chi ciascuno sia, cioè che posto occupi nella gerarchia sociale, senza possibilità di equivoci ed inganni. Nel trecento la legislazione suntuaria si trasforma in pedanti - ma preziosi per chi fa storia del costume... - elenchi di oggetti che sono concessi alle varie categorie, con specificato il massimo valore o peso di ciascuno, e addirittura sottili valutazioni del tipo "può portare non più di due anelli con pietre, oppure un pendente da petto ma allora porterà un solo anello", tanto che un qualche cronista (che a memoria, al solito, non ricordo), nota che anche solo a guardare le mani di una donna si poteva capire esattamente la professione del marito (ovviamente le donne erano classificate come "mogli di..." a meno che non esercitassero professioni in proprio...ehm... Molto spesso si fa invece confusione fra la predicazione degli Ordini Mendicati attiva in questi secoli, che attacca il lusso in termini morali, di eccessi e vanità, con quella che è al contrario una legislazione laica volta ad esercitare un controllo sociale più che morale. Il grosso della legislazione di questo tipo in Italia settentrionale mostra proprio un dichiarato intento tipologizzante. Si può poi discutere quanto essa fosse applicata. Ed in effetti qui le soluzioni sono molteplici, e variano negli anni in una stessa città. Si va da situazioni più "aperte", in cui ciascun oggetto proibito può essere comunque condonato a seguito di una multa annua (ovvero, il denaro può comunque acquistare il diritto ad indossare elementi fuori norma), a situazioni intermedie che considerano la legge non retroattiva (celebri le bollature delle vesti in uso aBologna, altra fonte di elenchi dettagliatissimi, dove tutte le vesti anteriori alla legge possono essere censite, bollate e in tal modo autorizzate, dietro pagamento, mentre ciò che non è stato bollato ed è quindi posteriore all'entrata in vigore della legge viene comunque proibito), sino a colpire alla radice il fenomeno, multando i sarti che costruicono vesti proibite. A venezia addirittura vige la confisca dell'oggetto proibito, ed eventualmente la carcerazione. Il discorso in realtà mostra intrecci complessi; infatti spesso le autorità laiche, non riuscendo ad esercitare un potere coercitivo sufficiente, si appoggiavano all'opera dei predicatori, invitanoli a tenere sermoni nelle proprie città, cosicchè se ammende e punizioni non sortivano effetto, una sana paura dell'inferno o l'impatto emotivo degli exempla più immaginifici (tipo l'apparizione alla bella vana della donna morta e putrefatta che l'ammonisce su cosa ne sarà della sua vanità, o i famosi diavoletti che si fanno trasportare sullo strascico delle dame, per poi imprudentemete perdere l'equilibrio e rotolare nel fango...) e dei roghi delle vanità potevano indurre se non ad una santa vita per lo meno al rispetto delle norme. Per ulteriori approfondimenti, conviene direttamente consultare il lavoro della Muzzarelli "Gli inganni delle apparenze - disciplina di esti e ornamenti alla fine del Medioevo", perchè non sono in grado di citare a memoria tutti i singoli casi. Altro materiale si trova su di un lavoro analogo in area riminese, di cui non ricordo l'autrice (Bartolo, help!), e sul testo della Davanzo Poli sulle vesti dei Veneziani. |
Edited by - carla on 02/08/2006 09:05:00 |
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Bartolo
Amministratore
   
Italy
1943 Posts |
Posted - 02/08/2006 : 14:43:54
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quote: Originally posted by carla
Altro materiale si trova su di un lavoro analogo in area riminese, di cui non ricordo l'autrice (Bartolo, help!), e sul testo della Davanzo Poli sulle vesti dei Veneziani.
Sicuramente alludi ai lavori di Elisa Tosi Brandi, medievista riminese, che tra l'altro ho appena provveduto a contattare (con successo) per una futura collaborazione con questo portale.
Cito di seguito i più conosciuti:
- La legislazione suntuaria riminese. Disciplina del lusso nei secoli XIV e XV, Romagna Arte e Storia, n° 53, 1998
- Abbigliamento e società a Rimini nel XV secolo, Panozzo Editore, Rimini, 2000
In merito ad altri contributi specifici in tema di legislazione suntuaria, mi permetto di aggiungere ai VS riferimenti bibliografici anche i seguenti:
1) per il particolare accento posto su repressioni e invettive messe in opera dalla Chiesa è pregevole, sempre di Muzzarelli M.G., "Contra mundanas vanitates et pompas". Aspetti della lotta contro i lussi nell'Italia del XV secolo, in "Rivista di storia della Chiesa in Italia", anno XL, 2 (luglio-dicembre 1986), pp. 371-390;
2) per il tardo Medioevo, offre interessanti spunti di riflessione Hughes D.O., La moda proibita. La legislazione suntuaria nell'Italia rinascimentale, in "Memoria. Rivista di storia delle donne", 11-12 (1984), pp. 82-105;
3) dello stesso Hughes D.O, Le mode femminili e il loro controllo, in G. Duby e M. Perrot, Storia delle donne. Il Medioevo, a cura di Ch. Klapisch-Zuber, Bari, 1990, pp. 166-193
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ScriptaVana
Abitante Anziano
   
1874 Posts |
Posted - 02/08/2006 : 19:20:34
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quote: Il fulcro della mia disceptazione era invece legato all'abbigliamento e alle leggi suntuarie, e al fatto che effettivamente, da un certo momento in poi esse stabiliscono di fatto un modo di vestire "standard" per ciascuna categoria, modo di vestire che assume quindi il significato di indicatore sociale e di ruolo. Esse, a parte le situazioni iniziali, legate a Comuni di popolo e ordinamenti antimagnatizi, non sono intese dai ricercatori attuali come mero strumento per "limitare gli eccessi", quanto come elemento per stabilire ordine all'interno di una società che, come giustamente dici, va progressivamente chiudendosi ...
ignorante io che non conosco i testi di riferimento che citate e che non ho tempo di consultare per imminente partenza per le ferie (al rientro provvederò immantinenti).
La mia perplessità rimane sulla stretta connotazione che si fa tra normativa legislativa e definizione del ruolo professionale e sociale.
Brevemente così da dar agio alle vostre risposte: le leggi suntuarie definiscono uno standard che diviene un indicatore sociale.
E' vero che tutti gli iscritti ad un collegio (arte, matricola, corporazione a seconda delle diverse declinazioni) godevano di un censo tale da garantire i mezzi della ostentazione che la legislazione vuole regolamentare? Ovvero: tutti i notai (ad esempio) iscritti alla matricola avevano reddito e rendite tali da soddisfare sempre e comunque i criteri posti dalla legislazione? Non esistevano notai meno abbienti che necessariamente non potevano soddisfare i requisiti dei segni della ostentazione della onorabilità della professione? Esistono fonti (estimi, testamenti, donazioni, vendite) utilizzati in studi che certifichino la capillare ricchezza dei membri di un'arte oltre il dettato legislativo (che per questo motivo ho definito applicabile ad un "eccesso") e che quindi avvalorino il rapporto stabilito tra professione e "apparire" della professione (l’interpolazione delle fonti di cui dicevo altrove)?
Poiché se censo non è sinonimo di status professionale, allora anche in periodi successivi il secolo XIII cade il "luogo comune" del prestigio del notaio (sopravvive quello della professione).
BV
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carla
Moderatore
   
1367 Posts |
Posted - 04/08/2006 : 09:00:04
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| A volte non si tratta solo di un lusso calibrato ai vari prestigi e probabili censi conseguenti, ma semplicemente di indicatori sociali. Sottili distinzioni come portare una decorazione in oro o un bordo di pelliccia solo ai polsi o anche alla scollatura o inoltre all'orlo (esemplifico così, pre dare l'idea, perchè non ho i testi, egregiamente citati da Bartolo - grazie - sottomano) implicano differenze di censo minime rispetto al valore dell'indicatore stesso, mentre quello che assume significato è la posizione e l'uso dell'elemento segnalatore. POi, esisteva un fiorente mercato dell'usato e dello spelacchiato, e quindi penso anche che proprio il notaio sfigato e che vorrebbe migliorare gli introiti, avrebbe fatto di tutto per "apparire" chiaramente un notaio ed attirare i clienti, anche a costo di avere la fodera rammendata. Questa è una mia illazione, però supportata dalle numerose fonti che testimoninano del commercio di abiti usati, del riciclaggio delle singole parti, dell'uso di rivoltare le vesti fruste etc. etc. tutte cose in uso almeno nel trecento e nel quattrocento ( per ilo quattrocento è d'obbligo citare Fiorentini Capitani et al., Il costume al tempo di pico e di Lorenzo il Magnifico. Ed. Charta) |
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Janus
Amministratore
   
Italy
1137 Posts |
Posted - 29/11/2006 : 16:45:33
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Segnalo questo libro (si vede che oggi son passato il libreria per i regali di Natale?? )
Attilio Bartoli Langeli, Notai, Scrivere documenti nell’Italia medievale

La storia del notariato italiano è tema di grande interesse per gli studiosi della società e delle istituzioni medievali, se non altro perché sono di mano notarile gran parte delle fonti d’archivio tramandate da quel periodo. Attilio Bartoli Langeli propone questa storia attraverso l’esame diretto dei documenti scritti da alcuni notai, che operarono in periodi diversi: dapprima il notariato longobardo e italico, poi il cambiamento del XII secolo, infine il solido professionismo due-trecentesco. Troviamo un toscano, un padovano, molti perugini e umbri; un capitolo verte sul confronto tra i notariati genovese e veneziano, e un altro insiste sulla situazione bolognese. Al di là dei luoghi, gli esempi valgono a rappresentare fenomeni di portata generale, che segnano l’intera Italia centro-settentrionale. Nel libro, in fondo, più che un’ambizione storiografica gioca il piacere dell’osservazione e della descrizione, l’accanimento paziente nella lettura dei testi, la curiosità per certi profili personali. E poiché i notai firmavano col proprio nome i loro prodotti – l’autografia era la condizione dell’autenticità – anche i capitoli del libro hanno per titolo un nome, dal rude Gaidilapu al bravissimo Topazio, dall’estroso Raniero al divin Bovicello. Attilio Bartoli Langeli (Roma 1944) ha insegnato paleografia e diplomatica nelle università di Perugia, Venezia, Padova, Roma II; attualmente insegna presso il Pontificio ateneo Antonianum di Roma. Dal 1977 al 1992 ha coordinato con Armando Petrucci il seminario permanente “Alfabetismo e cultura scritta” e dal 2000 presiede la Deputazione di storia patria per l’Umbria. Tra le sue pubblicazioni principali, numerose edizioni documentarie e le monografie Gli autografi di frate Francesco e di frate Leone (Brepols, 2000) e La scrittura dell’italiano (Il Mulino, 2000). autore Premessa Introduzione 1. Il longobardo. Gaidilapu (Chiusi, 746 o 747) 2. Il regista. Urso (Perugia, 995) 3. Una differenza. Notai veneziani, notai genovesi (secolo XII) 4. Il numero delle righe. Raniero (Perugia, 1184-1206) 5. Tra consoli e podestà. Iacobino (Perugia, 1201-1218) 6. Un bolognese a Foligno. Topazio (Foligno, 1200-1212) 7. Il notaio e il testatore. Rodulfo (Padova, 1238) 8. Dettatore e poeta. Bovicello (Perugia, 1250-1304) 9. Il professionista (e un suo colpo di genio). Massarello (Perugia, 1377) Nota ai testi Opere citate
http://www.viella.it/Edizioni/LibriViella/LibriViella_56.htm |
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ScriptaVana
Abitante Anziano
   
1874 Posts |
Posted - 29/11/2006 : 17:47:36
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ottima indicazione: io l'ho ordinato la settimana scorsa, ma non ho avuto ancora tempo di andare a ritirarlo (e intanto sono in crisi di astinenza come altri sul vino ...). Sono particolarmente ingolosito dal riferimento perugino (beati loro: hanno un archivio straordinario) |
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Sir De Ricci
Nuovo Abitante
 
Italy
480 Posts |
Posted - 10/01/2010 : 15:37:36
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salve a tutti..e ringrazio Scripta per avermi introdotto a questa discussione a mio parere interessante..
essendo io interessato a proporre, nella mia compagnia, durante le rievocazioni medievali il ruolo di un ipotetico notaio del nord-italico..del periodo della prima metà del XIII sec. .. sarei interessato alla conoscenza di una tenuta d'abbigliamento di un notaio di medio prestigio, così da non essere la mosca bianca ma riportando il ruolo "medio"...ma anche tutto quello che circonda il suo ruolo..(oltre al vestiario)..
vorrei mettere un paio di mie foto per dimostrarvi, e chiedere pareri sulla mia tenuta da notaio e la mia scarsa attrezzatura, visto che mi sono da poco introdotto nell'argomento...


non ho voluto utilizzare stoffe dalla foggia ed colori atti ad un individuo di una classe alta, attenendomi piuttosto ad un individuo "medio" almeno per adesso...
vi ringrazio anticipamente |
Edited by - Sir De Ricci on 10/01/2010 15:39:20 |
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Sir De Ricci
Nuovo Abitante
 
Italy
480 Posts |
Posted - 11/01/2010 : 19:32:18
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vorrei postare una relazione molto interessante "Patrizia Merati Il mestiere di notaio a Brescia nel secolo XIII"
[A stampa su «Mélanges de l'Ecole Française de Rome», 114 (2002). Distribuito in formato digitale da «Scrineum»
solo che si trattano di alcune pagine non vorrei che fosse troppo lungo..chiedo all'amministrazione cosa fare..grazie
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ScriptaVana
Abitante Anziano
   
1874 Posts |
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Sir De Ricci
Nuovo Abitante
 
Italy
480 Posts |
Posted - 12/01/2010 : 01:12:59
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ti ringrazio scripta... trovo che Patrizia Merati fornisca ottime tesi al riguardo.. generalizzanti ma concretamente interessanti sul punto di vista panoramico dell'argomento...
solo che a quanto pare non si possano aprire i file... |
Edited by - Sir De Ricci on 12/01/2010 01:28:02 |
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ScriptaVana
Abitante Anziano
   
1874 Posts |
Posted - 12/01/2010 : 05:36:21
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Perché è un file word compresso (zippato). E' necessario dotarsi di un "decompressore". (La trascrizione integrale del testo sul dito del forum potrebbe costituire una violazione di copyright).
BV |
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ivan
Nuovo Abitante
 
France
167 Posts |
Posted - 12/01/2010 : 17:19:32
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| A Sir de Ricci: Il costume va bene però la calotta NON VA PORTATA COSÌ! Grosso errore commesso da quasi tutti i ricostituori. O la porti annodata, e con lacci molto corti, o non la porti affatto. |
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Sir De Ricci
Nuovo Abitante
 
Italy
480 Posts |
Posted - 12/01/2010 : 17:50:59
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quote: Originally posted by ivan
A Sir de Ricci: Il costume va bene però la calotta NON VA PORTATA COSÌ! Grosso errore commesso da quasi tutti i ricostituori. O la porti annodata, e con lacci molto corti, o non la porti affatto.
grazie ivan...
ma per "calotta" intendi l'infola? o il copricapo?...
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ivan
Nuovo Abitante
 
France
167 Posts |
Posted - 12/01/2010 : 19:33:46
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L'infola. Quella cosa bianca coi lacci indossata sotto il copricapo. In Francese "cale". Non lo so come si dice in Italiano.
Comunque complimenti per la scelta di personaggio. |
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Sir De Ricci
Nuovo Abitante
 
Italy
480 Posts |
Posted - 12/01/2010 : 21:33:05
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grazie Ivan per i complimenti...
si in effetti non trovo fonti iconografiche o simili che riportino infole sciolte... ma è così categorico che la si debba tenere allacciata?...
per quanto riguarda il non indossarla affatto non è cattivo uso non indossarla..almeno in publico?... |
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