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 FORUM VILLAGGIO MEDIEVALE
 ALIMENTAZIONE E CUCINA NEL MEDIOEVO
 ALIMENTI E BEVANDE
 Frutta nell'Italia del XV secolo
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Bartolo
Amministratore

Italy
2946 Posts

Posted - 16/12/2007 :  13:36:29  Show Profile  Visit Bartolo's Homepage  Click to see Bartolo's MSN Messenger address  Reply with Quote
Ritenete possibile stilare una lista documentata?
Il periodo e l'area geografica sono volutamente ampi per poter inziare una prima elencazione, poi, se subentra l'esigenza, nulla vieta di restringere il cerchio per regione ed arco temporale più limitati.

Chi mi aiuta?

carla
Amministratore

2197 Posts

Posted - 17/12/2007 :  00:42:07  Show Profile  Visit carla's Homepage  Reply with Quote
...immaginavo, dopo aver visto il post sull'araldica, che questo fosse del medesimo tenore...
Dammi il tempo, devo spulciare...
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lou dalfin
Nuovo Abitante

159 Posts

Posted - 17/12/2007 :  10:37:11  Show Profile  Reply with Quote
Da: Alimentazione e Cultura nel medioevo, Massimo Montanari, Laterza 1988
pag: 87: mele, pere, ciliegie, cotogne, pesche, nespole, noci, prugne frutti del sottobosco, castagne.
delle castagne si parla anche a pag. 164
pag. 165: agrumi, fichi, cedri
pag. 169: (riferito ad un pranzo del 1529) cotognata e persiche, frutti canditi
pag. 170: frutta candita, brugne e persicata
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Anna
Ospite

Italy
57 Posts

Posted - 17/12/2007 :  22:27:26  Show Profile  Reply with Quote
quote:
Originally posted by Bartolo

Ritenete possibile stilare una lista documentata?
Il periodo e l'area geografica sono volutamente ampi per poter inziare una prima elencazione, poi, se subentra l'esigenza, nulla vieta di restringere il cerchio per regione ed arco temporale più limitati.

Chi mi aiuta?



Prima di stilare una lista documentata vorrei fare una precisazione sul consumo della frutta, pertanto incomincio citando "la cultura del cibo. Alimentazione, dietetica, cucina nel basso medioevo" - Irma Naso - Paravia scriptorium, Torino 1999, ISBN 88 395 6208 7:
"Parte II cap. IV.5. pagg.105-106
La frutta.
Anche alla frutta fresca i rendiconti dell'hotel non sembrano prestare nel complesso particolare attenzione, sebbene non manchino riferimenti espliciti a pere e mele, ma anche a prugne, uva (in qualche caso conservata), melagrane, cotogne e agrumi (specie limoni e arance), prodotti comunque abbastanza serbevoli. Assolutamente trascurabile nella gerarchia degli approvvigionamenti appare invece la posizione ricoperta da frutti di stagione facilmente deperibili, come fragole, ciliegie di varie specie, lamponi, pesche o altre varietà, menzionate da fonti diverse non solo di ambito savoiardo-piemontese, anche se ciò - lungi dall'attestarne un consumo modesto - dovrebbe far pensare più che mai all'importanza della produzione domestica nel settore della frutticultura. Va notato in ogni caso che la frutta fresca era ritenuta nel tardomedioevo un alimento superfluo, se non sospetto per la salute, anche agli occhi dei medici, i quali ne sconsigliavano il consumo per la sua tendenza a fermentare e la scarsa digeribilità.
Indubbiamente meno limitato risulta per contro il ruolo della frutta secca, che comporta minori problemi di conservazione: noci, nocciole, castagne erano di produzione locale, pistacchi, datteri, fichi secchi, uva passa, pinoli, dal prezzo molto elevato equiparabile a quello delle spezie, categoria alla quale del resto sono talora assimila
ti. La frutta secca infatti è elencata con gli acquisti delle cosidette species, in occasione delle periodiche provviste, accanto al riso, allo zucchero, all'amido e ad altri prodotti alimentari di provenienza esotica."
Proseguo con:
La mensa del principe. cucina e regimi alimentari nelle corti sabaude (XIII-XV secolo). A cura di Rinaldo Comba, Anna Maria Nada Patrone, Irma Naso. Società Studi Storici di Cuneo - Famija Albeisa - Museo e Centro Studi "Augusto Doro"-" quicumque vult continuam sanitatem custodire, custodiat stomacum". La dietoterapia alla corte sabauda nel Quattrocento - Anna Maria Nada Patrone - pagg.da 167 a 169:
"d) I frutti.
Il discorso diventa più complesso quando viene presa in esame la frutta, che soltanto dal Trecento, così come gli ortaggi, cominciò ad affermarsi decisamente sulle tavole ricche, forse acquistando un nuovo valore simbolico, conseguenza di un'evoluzione della concesione di nobilità. E' una valenza metaforica che coinvolgerà, come, si dirà in seguito, il consumo di selvaggina alata a tutto danno della selvaggina di pelo:gli uccelli ed i frutti, come i signori, stanno in "alto", gli uni per motivi inerenti alla loro specie, gli altri per prerogative sociali e anche di sangue. I frutti sono quindi convenienti al consumo da parte dei potentes.
Il Guainerio in questo settore dei generi alimentari sembra tuttavia ancora relativamente legato ai tradizionali modelli dietetici, che imputavano alla frutta fresca gravidanni per l'organismo, sottolineando le sue influenze nefaste, che si manifestavano particolarmente con forme diarroiche, spesso mortali, nel periodo estivo: egli concede soltanto il consumo di frutti aciduli ed aspri, quali arance, i limoni, le nespole, le sorbe, meglio se immature e quindi molto acerbe, le mele cotogne, le bacche del crespino. Sono frutti che si adattano a molte dietoterapie, in particolare per le loro proprietà antisettiche, antidiarroiche ed idratanti.
Nel trattato del Guainerio occupano ovviamente un posto di rilievo i frutti secchi, ricchi di principi nutritivi, quali i fichi, le mandorle dolci o amare, talvolta anche candite o soltanto bene inzuccherate dopo essere state private della loro pellicola marrone, i pinoli, bagnati in acqua di rose e quindi aspersi di zucchero oppure conditi con olio, aceto e cannella, da usare come stuzzichini dell'appetito prima dei pasti, così come le olive e gli asparagi preparati nella stessa maniera, i pistacchi, le nocciole, talvolta tostate e salate , l'uva passa ed i datteri. Sono frutti indicati in molte terapie: contro le varie forme di emicrania, l'epilessia, la paralisi, l'impotenza maschile, i calcoli renali, la febbre flemmatica e quella quartana melanconica, persino nella dieta preventiva contro la peste.
Il consumo di frutta fresca di produzione locale continua ad essere concesso dal Guainerio con molta prudenza e con misura, si potrebbe arguire soltanto per accontentare i gusti del paziente, a cui impone tuttavia, di volta in volta, di prestare attenzione a che i frutti non fossero putridi aut verminosi e di cibarsene generalmente prima dei pasti perchè l'humiditas in essi contenuta avrebbe ostacolato la digestione. Vengono dunque tollerati succhi di mele o di pere, talvolta accompagnati da confetti di anice per migliorarne l'assimilazione, fichi freschi e ben maturi, pere, prugne, ciliegie, amarene con zucchero per mitigarne l'acidità, meloni ed angurie (le bathecae), pesche ed albicocche ben mature, lasciate almeno due giorni al sole dopo la raccolta, forse per asciugarne in parte l'umidità, uva bianca ben lavata e leggermente passita. In una sola occasione l'autore precisa che peccatum mortale non committeret il malato di etisia che per capriccio avesse gustato a fine pasto due o tre nespole ben mature o uno spicchio di pesca o qualche chicco di melograna.
E' quindi una gamma di frutti assia vasta quella che il Guanerio presenta, confermando così che nei primi decenni del Quattrocento i divites erano soliti, anche solo per sfizio, ad assaporare la frutta di stagione, a dispetto dei consigli medici che, posti al bivio se concedere o no i frutti locali, se accontentare o no la lascivia dei loro pazienti, sceglievano di permetterne un consumo regolato e controllato o di consigliarne la cottura: il Guainerio, ad esempio, indica spesso mele o pere cotte con anice e zucchero, prugne cotte zuccherate e così via.
Sembrano invece abbastanza desueti sulla mensa sabauda (così come in tutte le case signorili) quie frutti spontanei che entravano abitualmente a far parte del regime alimentare dei ceti subalterni, specie nel contado. Così il Guainerio prescrive come vero e proprio farmaco il consumo di more di rovo o di gelso ancora immature e di castagne: queste ultime per il loro potere astringente dovuto al tannino sono prescritte agli affetti da diarrea, mentre per la loro alta quantità di vitamina C sono indicate per i sofferenti di febbre terzana acuta e, cotte con prugne e zucchero, nella dieta preventiva contro la peste."

Finalmente arriva la lista degli alberi da frutta
per brevità indicherò solo la tipologia senza il commento dell'autrice.
da "Il cibo del ricco ed il cibo del povero. Contributo alla storia qualitativa dell'alimentazione. L'area pedemontana negli ultimi secoli del Medio Evo" - Anna Maria Nada Patrone - Centro Studi Piemontesi - Torino 1989 - Parte II L'alimentazione di origine vegetale - V - La frutta -
4. Tipologia degli alberi da frutta reperibili in area pedemontana.
Amarena (bot. Prunus ceresa), Castagna, Ciliegia, Cucumer e melo, Corniola,- Dalmasinus, amascina, prune di Damasco (bot. Prunus Domesticus)-, Duracena o grafione (bot. Prunus ceresa), Fico, Ghianda, Giuggiola, Limone, Mandorla, Mela, Mela cotogna, Melagrana (bot.Punica granatum), Mirtillo (bot. Vaccinium myrtillorum), Mora dei gelsi, Mora, Mora selvatica (bot. Rubus fruticosus),
Nespola (bot. Mespilus germanica),Nocciola (bot. Corylus avellana), Noce (bot. Juglans regia), Pera (bot. Pirus communis), Pesca (bot. Amigdalus persica vulgaris), Prugna o susina (bot. Prunus domestica), Uva, Uva spina, Visciola.
5. Tipologia dei frutti probabilmente importati in area pedemontana.
Cedro, Citranguli dulces vel acri, Crisomella sono probabilmente le albicocche, - melarancio, melangola-, Dattero, Tamarindo, Zibibbo.
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Bartolo
Amministratore

Italy
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Posted - 18/12/2007 :  19:14:16  Show Profile  Visit Bartolo's Homepage  Click to see Bartolo's MSN Messenger address  Reply with Quote
Ottimo, Anna. Deduco che la scelta da noi era già molto ampia, differentemente dal Nordeuropa, in cui mi risulta che certi frutti siano arrivati solo molto tardi (es. le albicocche in Inghilterra si documentano solo dal '500 inoltrato ed il limone dal '700 in poi!!).

Per essere ancora più chiari, potremmo porci anche la domanda al negativo: quali QUALITA' di frutti, a parte gli esotici banane, kiwi e ananas, NON si documentano in modo assoluto nell'Italia del Quattrocento? Esempio: il melone "a pasta gialla" si documenta? O esisteva il solo tipo "a pasta bianca" (o invernale che dir si voglia)? Credo che questo tipo di indagini siano molto utili ai ricostruttori per non compiere errori grossolani...


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lou dalfin
Nuovo Abitante

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Posted - 19/12/2007 :  01:54:17  Show Profile  Reply with Quote
L'intervento di Anna è molto interessante e ben referenziato ma è integralmente riferito a contesti di alto rango sociale.

Sarebbe di gran lunga più importante sapere quale fosse il punto di vista delle altre classi sociali, che erano la stragrande maggioranza della popolazione, e per le quali sarebbe interessante sapere quale valore avesse l'affermazione riportata secondo la quale:
"La frutta era ritenuta nel tardomedioevo un alimento superfluo, se non sospetto per la salute, anche agli occhi dei medici, i quali ne sconsigliavano il consumo per la sua tendenza a fermentare e la scarsa digeribilità".

Anche perchè ci sono centinaia di passi di statuti comunali che regolano la "raccolta della frutta dall'albero del vicino che sporge sulla via o nella proprietà altrui" bastava dire.. Fa male alla pancia non si tocca!


Come dice Bartolo, la questione era posta anche per "indirizzare i possibili rievocatori" e, come era stata discusso circa la problematica della maglia fatta ai ferri, al fine di evitare che in tutte le rievocazioni si vedessero damigelli sferuzzanti, sarebbe altrettanto importante precisare quanto fosse rilevante il consumo di certe specialità , definite chiaramente esotiche e:
"dal prezzo molto elevato equiparabile a quello delle spezie, categoria alla quale del resto sono talora assimilate"
per evitare che qualcuo si ritrovi a consumare allegramente datteri, uva passa, pinoli e quant'altro...

Questo passaggio mi risulta ostico da comprendere a meno che non vi siano errori di punteggiatura:
"Il Guainerio in questo settore dei generi alimentari sembra tuttavia ancora relativamente legato ai tradizionali modelli dietetici, che imputavano alla frutta fresca gravidanni per l'organismo, sottolineando le sue influenze nefaste, che si manifestavano particolarmente con forme diarroiche, spesso mortali, nel periodo estivo: egli concede soltanto il consumo di frutti aciduli ed aspri, quali arance, i limoni, le nespole, le sorbe, meglio se immature e quindi molto acerbe, le mele cotogne, le bacche del crespino. Sono frutti che si adattano a molte dietoterapie, in particolare per le loro proprietà antisettiche, antidiarroiche ed idratanti.

Come si fa a consumare "nel periodo estivo" arance e limoni che sono frutta invernale?
Avete mai mangiato una "sorba immatura"...no? una esperienza da provare!!!...e si perservera..."more di rovo o di gelso ancora immature"
Questo Guainierio era un torturatore dell'Inquisizione?

Consiglierei un corso accelerato di Botanica a chi ha stilato l'elenco finale di "ALBERI", passi che la maggioranza sono arbusti, ma che rientrino tra gli "alberi":
il Mirtillo, la mora...... e la ghianda!!!
Il LIMONE poi in area Pedemontana... si... forse dei PELORITANI...e "datteri, tamarindi e zibibbi" in area "pedemontana"? di quale continente?

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carla
Amministratore

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Posted - 19/12/2007 :  02:25:22  Show Profile  Visit carla's Homepage  Reply with Quote
5. frutti IMPORTATI in area pedemontana: se sono "importati forse vul dire che da soli non ci crescono, o no? almeno, io lo intenderei così.
Sul Garda Ovest le limonaie hanno una tradizione antichissima; considerato che il 1350-1500 pare sia una breve fase di clima mite fra il raffreddamento del 1200 e la vera e propria Piccola Eà Glaciale, può essere che ci crescessero anche allora.
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lou dalfin
Nuovo Abitante

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Posted - 19/12/2007 :  10:44:25  Show Profile  Reply with Quote
Carla, la tua osservazione sul punto 5 è perfetta ma come possiamo essere certi di cosa volesse esattamente dire chi ha compilato la lista di "ALBERI" riferendosi a "frutti"?
Con la capillarità delle vie commerciali ogni cosa poteva essere importata ovunque quindi non ha senso elencarne il nome, se invece, nella confusione, per "frutti" voleva intendere "alberi" resta da dimostrare come potessero vegetare in tali aree.

Daccordo su i Limoni, ma si tratta di una produzione locale che definirei "endemica". Anche sulla riviera ligure, e proprio sul Garda e laghi prealpini si è sempre coltivato l'olivo ma ben lungi da far diventare l'uso dell'olio comune ovunque...


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Signo
Nuovo Abitante

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Posted - 19/12/2007 :  17:13:26  Show Profile  Reply with Quote
Prenderei anche con le pinze le questioni di "acerbo e maturo" sinceramente. Da quel che leggo, mi pare di intendere che per noi "maturo" significa "maturato al punto che è buono da mangiare", mentre allora "maturo" significa qualcosa tipo "così maturo da essersi staccato da solo dalla pianta e quasi putrescente se non attaccato già dagli animaletti". Non riesco a spiegare in altro modo il "presunto" terrore nei confronti dei frutti, il cui uso alimentare è più vecchio dell'umanità. E' anche vero che leggendo le fonti sappiamo che certi prodotti della natura erano ritenuti pericolosi... tipo la melanzana... ma io mi porrei una domanda:" Il fatto che un "dottore" abbia scritto questo (che può essere comodamente la sua opinione) che cosa ci comunica della condivisione del suo pensiero tra le masse? Non ne farei una questione di classe sociale, ma proprio una questione di incrocio delle opinioni del tempo.
Si perchè concludendo, i conti non tornano, se diamo retta a chi dice che la carne la mangiavano solo i nobili, la frutta non la mangiava nessuno.. insomma mi stride un po con la nostra cultura culinaria.
Non trovate?
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Anna
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Italy
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Posted - 19/12/2007 :  22:13:52  Show Profile  Reply with Quote
quote:
Originally posted by lou dalfin



Consiglierei un corso accelerato di Botanica a chi ha stilato l'elenco finale di "ALBERI", passi che la maggioranza sono arbusti, ma che rientrino tra gli "alberi":
il Mirtillo, la mora...... e la ghianda!!!
Il LIMONE poi in area Pedemontana... si... forse dei PELORITANI...e "datteri, tamarindi e zibibbi" in area "pedemontana"? di quale continente?





Nel mio intervento ho specificato che evitavo le note dell'autrice per non allungare troppo il post, ora per fugare i dubbi trascrivo integralmente alcuni passi del citato libro della Patrone:
pag.195:
12) GHIANDA, glanda. E' il frutto della quercia destinato generalmente all'alimentazione suina o anche bovina, ma, sino al secolo scorso, di largo consumo nella panificazione povera.

15) LIMONE, limo. Non viene mai specificato se tale frutto fosse coltivato anche in area pedemontana, come è probabile dal momento che piantagioni di limoni, proprietà dei Savoia, vengono ricordate a Nyons, in Savoia (nota 102). E' un frutto ricco particolarmente di vitamina C, consigliato quindi nei trattati medici, fresco o candito, come dissetante, digestivo, aperitivo, tonico e antifettivo.

nota 102) Cfr. Conti hotel Savoia, mazzo I, rot. 2 (1270-1274)

pag. 198:
20)MIRTILLO, mirtillus, bot. Vaccinum myrtillorum. E' un frutto spontaneo, ricco di tannino, di acido citrico, di zuccheri, di pectina, di vitamina P oltre una materia colorante, la mirtillina, con virtù battericide. E' un ottimo astringente, antisettico ed antiputrido. Viene ricordato nei trattati medici pedemontani per le sue virtù dissetanti e battericide: in realtà l'azione elettiva della mirtillina coi colibacilli, specialmente quelli tifoidi, è ancor oggi riconosciuta dalla scienza medica.

22) MORA. MORA SELVATICA, bot. Rubus fruticosus. E' il frutto del rovo di siepi o pruno; contiene zuccheri, pectina, vitamina A e C ed un olio essenziale battericida. Il suo consumo è consigliato nei testi medici del secolo XV dove viene indicato tra i frutti più facilmente assimilabili dall'organismo umano (nota 121) ed anche tra i più utili: ha infatti virtù astringenti, lassative, depurative e nutritive. Il suo maggior impiego doveva però, in genere, essere riservato alla preparazione di un succo liquoroso, forse fermentato, molto apprezzato alla corte sabauda.

nota 121) Antonio Guainerio Opus preclarum, f.205 r.

pagg 205 e seguenti:
5)Tipologia dei frutti probabilmente importati in area pedemontana.

Altri frutti venivano consumati in area pedemontana, ma con ogni probabilità non erano di produzione locale; apparivano in particolare sulle mense dei ceti più agiati in quanto, trattandosi di prodotti di importazione, avevano un altro costo, consistente nel valore venale del frutto esotico in sé a cui si erano aggiunte le spese di trasporto e di pedaggio. Naturalmente anche certi frutti, già menzionati tra quelli di produzione locale, potevano essere invece di importazione (ad esempio, giuggiole, melograni, mele cotogne, ecc), ma si è preferito, collocarli tra la frutta regionale, in quanto la loro cultivar era possibile anche in area pedemontana.

7) DATTERO, datilus, datulus, bot. Phoenix dactilifers. Erano naturalmente frutti di importazione (nota 181), usati come confetture di lusso se canditi (nei conti dell'hotel sabaudo appaiono infatti spesso acquisti di datteri unicamente "pro camera domini") o come dolcificanti o come componenti farmaceutici.

nota 181) Cfr. Liber Revarum Ast, fogli non numerati contenenti l'elenco per lettera alfabetica dellemerci sottoposte a pedaggio.

8) TAMARINDO, tamaryndus. E' un frutto di importazione, usato per la preparazione di vari sciroppi, dissetanti e rinfrescanti.

9) ZIBIBBO, zibibus. Questa uva passa, importata in genere dall'Italia meridionale, dai paesi mediterranei o dai mercati orientali, era usata per dolci e in farmacopea.

Per dovere di cronaca riporto alcune note su Anna Maria Nada Patrone:
(25 aprile 1931 - 1 gennaio 2002)
"Intorno alla fine degli anni Settanta, quando Anna Maria Nada Patrone, che insegnava storia medievale all’Università di Torino, incominciò a occuparsi di storia dell’alimentazione, quell’ambito di ricerca era giudicato marginale per la sua presunta settorialità e considerato con una certa sufficienza dal mondo accademico. In Italia gli storici dell’alimentazione erano allora pochissimi; i medievisti, in particolare, si potevano contare sulle dita di una mano ancora nel 1982, anno in cui fu pubblicato dal Centro Studi Piemontesi di Torino il suo volume Il cibo del ricco ed il cibo del povero. Contributo alla storia qualitativa dell’alimentazione, ritenuto una magistrale sintesi di storia dell’alimentazione nel Piemonte basso medievale; si tratta di un lavoro tuttora citatissimo che ha fatto scuola ed è diventato un punto di riferimento storiografico. Da allora il numero degli studiosi di storia della cultura alimentare, della gastronomia, delle tradizioni culinarie, della civiltà della tavola è andato via via crescendo e più nessuno oserebbe oggi mettere in dubbio la dignità e il prestigio di tale orientamento......Gli studi condotti con rigore, costanza e – perché no – con passione da Anna Maria Nada Patrone, hanno indubbiamente contribuito a stimolare gli studi nel campo della storia dell’alimentazione medievale. A Torino è nato e cresciuto intorno a lei un gruppo di ricerca attinente a questo settore, inteso non solo dal punto di vista nutrizionale e gastronomico, ma anche sotto il profilo igienico dietetico e come elemento della simbologia del potere.
Nel corso degli anni la storia dell’alimentazione ha acquisito un ruolo sempre più importante, tanto che in tempi recenti la disciplina è entrata anche nell’ordinamento universitario. Di giorno in giorno si moltiplicano le pubblicazioni sulla storia del cibo attraverso i secoli, alcune di alto profilo, per non parlare del crescente interesse da parte del grande pubblico e dei media, ma la storia dell’alimentazione non è – e non può essere – solo questione di moda" Antonella Salvatico - http://editore.slowfood.it/editore/riviste/slow/IT/36/medicinaliter.html



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Anna
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Posted - 19/12/2007 :  22:35:35  Show Profile  Reply with Quote
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Originally posted by lou dalfin

Questo Guainierio era un torturatore dell'Inquisizione?





Da "La mensa del principe. cucina e regimi alimentari nelle corti sabaude (XIII-XV secolo). A cura di Rinaldo Comba, Anna Maria Nada Patrone, Irma Naso. Società Studi Storici di Cuneo - Famija Albeisa - Museo e Centro Studi "Augusto Doro"-" quicumque vult continuam sanitatem custodire, custodiat stomacum". La dietoterapia alla corte sabauda nel Quattrocento - Anna Maria Nada Patrone - pagg.152 e seguenti:
3. Il medico Antonio Guainerio e la sua dietoterapia.
In questa sede si intende analizzare l'Opus Preclarum del medico Antonio Guainerio. Non si conoscono notizie precise sulla sua famiglia di origine (certamente dell'area pavese), dichiarata nobile il 21 novembre 1400 da Amedeo VIII e neppure sulla sua data di nascita che dovrebbe collocarsi negli anni ottanta del Trecento, se già nel 1402 teneva lezioni nello Studio pavese, dove probabilmente stava terminando i suoi studi di medicina, in quanto l'anno seguente ottenne il dottorato a Padova....(Morì dopo il 1452)
...Il Guainerio riuscì a conquistarsi presso i suoi contemporanei una notevole fama, basata non soltanto sulla sua preparazione e sulla sua abilità professionale, ma anche su di un'ampia e ricca produzione scientifica. Fu intaffi scrittore fervidissimo di vari argomenti di medicina, opere destinate ad essere usate da latri medici, ma specificatamente ad essere consultate dagli studenti pavesi, sovente ricordati nei suoi trattati, a cui probabilmente era particolarmente destinata la sua prima siloge medica, la Practica medica, pubblicata a Pavia nel 1481, secondo uno schema notevolmente diffuso nel secolo XV.
Nella Practica, così come nell'Opus preclarum, una raccolta postuma di quasi tutti i suoi scritti, viene estesamente trattata la prima delle res naturales (cibo e bevande) cioè uno dei fattori esterni variabili capaci di influenzare lo stato di equilibrio dell'organismo umano, fattore che poteva essere regolato seguendo i dettami di uno specifico regimen. Pur essendo una trattazione abbastanza divulgativa, si presenta come un'opera "tecnica", attenta alle varie teorie mediche dell'antichità, a certe nuove esperienze terapeutiche, ma anche alle regole gastronomiche dell'epoca....".
Non mi dilungo oltre essendo già andata a mio parere out of topic.
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Anna
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Posted - 19/12/2007 :  23:40:32  Show Profile  Reply with Quote
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Originally posted by Signo

... ma io mi porrei una domanda:" Il fatto che un "dottore" abbia scritto questo (che può essere comodamente la sua opinione) che cosa ci comunica della condivisione del suo pensiero tra le masse? Non ne farei una questione di classe sociale, ma proprio una questione di incrocio delle opinioni del tempo.
Si perchè concludendo, i conti non tornano, se diamo retta a chi dice che la carne la mangiavano solo i nobili, la frutta non la mangiava nessuno.. insomma mi stride un po con la nostra cultura culinaria.
Non trovate?


I dettami medici come ben si sa, non sempre venivano (e vengono)rispettati, pertanto a dispetto delle prescrizione mediche la frutta veniva consumata.
Una distinzione di classe sociale veniva però fatta , in tal senso cito Massimo Montanari, L'Europa a tavola. Storia dell'alimentazione dal medioevo ad oggi. Editori Laterza. ISBN 88-421-0411-6.
Cibo e società in Europa dal XIV al XVI secolo - I ricchi e i poveri: alimentazione e stili di vita.pagg.93 e seguenti:
"Fra XIV e XVI secolo - non a caso,un periodo di grande mobilità sociale, perfino in certe fasce del mondo contadino - l'ideologia dei ceti dominanti si mostra particolarmente attenta a definire gli stili di vita propri dei diversi gruppi sociali: i modi di mangiare (soprattutto), di vestire, di abitare vengono scrupolosamente codificati.
Esemplari in tal senso le cosidette leggi suntuarie, volte a controllare i comportamenti e i consumi "privati" (ma fino a che punto un banchetto può dirsi veramente privato?) onde impedire eccessi di ostentazione e di sperpero, quelli ad esmpio che avvenivano nei pranzi di nozze, che coinvolgono l'immagine pubblica e il potere delle singole famiglie, compagnie, corporazioni. Non tanto motivazioni di ordine morale erano alla base di queste leggi, quanto problemi di controllo sociale e politico: garantire e conservare gli assetti istituzionali, evitare che certi gruppi consortili o professionali salissero a troppoprestigio incrinando gli equilibri esistenti....Ma ciò che soprattutto interessa 'differenziare la classe dominante dagli altri gruppi sociali:la piccola borghesia cittadina, il "popolo minuto", i "villani". Un po' tutta la letteratura di questi secoli (documentazione privata e pubblica, narrativa, polemista,trattatistica agronomica e scientifica, manualistica medico-dietetica, ecc.) è segnata da un carattere di fondo: quando si tocca il tema del cibo e dei comportamenti alimentari è chiaro che ci si riferisce a ben precise categorie, gruppi, ceti sociali.
L'assunto preliminare è che si deve mangiare "secondo la qualità della persona": sul che sarebbe difficile non convenire, ove per "qualità" si intendesse l'insieme delle caretteristiche fisiologiche e delle consuetudini di vita proprie di ciascun individuo. Esattamente questa era la nozione-chiave del pensiero greco e latino, base della scienza medica europea: le modalità di assunzionedel cibo vanno determinate in modo rigorosamente individuale, tenendo conto dell'età, del sesso, dello stato di salute, del tipo di attività svolta; e poi del clima, della stagione e insomma di tutte le condizioni ambientali, rapportate all'impatto specifico che si presume esse possano avere sull'individuo, in base alla "qualità" soggettiva. Un programma dietetico piuttosto ambizioso ed evidentemente elitario, per il fatto stesso di richiedere molta attenzione, tempo, cultura, Già nell'alto Medioevo, tuttavia, la prospettiva comincia a cambiare, con l'affrmarsi di un'accezione prevalentemente sociale dell'idea della "qualità della persona". Questa viene a coincidere sempre più con lo stato sociale dell'individuo, la sua posizione gerarchica, la sua ricchezza, il suo potere (soprattutto). E si tratta - almeno nella convizione o negli auspici della classe dominante - di una "qualità"immutabile e per così dire immanente alla persona: di uno status definito di volta in volta per tutte, rigido e incrollabile come l'ordine sociale....
...E' comunque evidente che, con tali presupposti culturali, mangiare certe cose ( e mangiarle preparate in un certo modo§) non è solo il frutto di un'abitudine o di una scelta. E' il segno di un'identità sociale, che si è tenuti a osservare correttamente se non si vuole minare la giustezza degli equilibiri e delle gerarchie esistenti.
Allo stomaco dei gentiluomini si addicono, dunque, cibi preziosi, elaborati, raffinati (appunto quelli che il potere e la ricchezza consentono di consumare e di mostrare quotidianamente sulla propria tavola); allo stomaco dei contadini, cibi comuni e rozzi.....
....Chi non rispetta le regole è perduto. L'attentato al privilegio di classe - non ne mancano, almeno inletteratura, di premeditati e consapevoli - viene duramente punito: Zuco Padella, un contadino della campagna bolognese, va ogni notte a rubre le pesche (un cibo, come tutta la frutta fresca, a connotazione decisamente signorile) nel giardino di messer Lippo, il suo padrone; scoperto e catturato con una trappola per animali, viene "lavato" con acqua bollente e assalito con dure parole:
Un'altra volta lassa stare le fructe de li miei pari e mangia de le tue, che sono le rape, gli agli, porri, cepolle, e le scalogne col pan de sorgo.
Dunque vi sono cibi per contadini e cibi per signori, e chi non si attiene alle regole è un eversore dell'ordine sociale: nella quattrocentesca novella di Sabadino degli Arienti, che ci propone l'episodio, è chiaro il carattare volutamente trasgressivo, di scontro, di sfida, del recidivo comportamento del contadino. Oppure può trattarsi di un errore, ma anche questo si tramuta in dramma: come quando nel Bertoldo di Giulio Cesare Croce (opera dei primi anni del Seicento, ma con solide radici in narrazioni orali medievali, i medici di corte tentarono di guarire la malattia del protagonista, un saggio e arguto "villano" ospitato presso la reggia del re longobardo Alboino, confortandolo con cibi rari e delicati, totalmente inadatti al suo stomaco di contadino; e lui, invano, a scongiurare "che gli portassero una pentola di fagiuoli con la cipolla dentro, e delle rape cotte sotto la cenere". Solo così, mangiando secondo la sua natura, si sarebbe salvato, Ma non accadee, e Bertoldo morì tra atroci dolori.
Potremmo anche limitarci a sorridere, se il testo di Croce non fosse l'esito parodistico di teorie scientifiche autorevolmente esposte nei trattati di medicina, botanica, di agronomia dei secoli precedenti."
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Bartolo
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Posted - 20/12/2007 :  07:58:20  Show Profile  Visit Bartolo's Homepage  Click to see Bartolo's MSN Messenger address  Reply with Quote
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Originally posted by Anna
....Chi non rispetta le regole è perduto. L'attentato al privilegio di classe - non ne mancano, almeno inletteratura, di premeditati e consapevoli - viene duramente punito: Zuco Padella, un contadino della campagna bolognese, va ogni notte a rubre le pesche (un cibo, come tutta la frutta fresca, a connotazione decisamente signorile) nel giardino di messer Lippo, il suo padrone; scoperto e catturato con una trappola per animali, viene "lavato" con acqua bollente e assalito con dure parole:
[omissis]



Cerco di ricondurre il discorso strettamente sulla frutta, visto che in effetti si è finiti con l'andare un pochino troppo oltre i confini del post...

La frutta fresca è un cibo "a connotazione decisamente signorile": queste sono le parole testuali del Montanari citate da Anna, con tanto di aneddoto esplicativo.
Giuliano Pinto ha invece tentato di identificare le cause economico-produttive, prima ancora che di palato, che stanno alla base della diversa considerazione mostrata per la frutta dal ceto contadino e benestante:
"Preoccupate di disporre di scorte alimentari da utilizzare nei lunghi mesi invernali, le famiglie contadine non potevano aver particolare simpatia per un prodotto in genere facilmente deperibile e da consumarsi nell'arco di poche settimane, se non di giorni. Guardavano inoltre con diffidenza allo sviluppo di piantagioni che toglievano spazio alla coltura per loro fondamentale: quella dei cereali. Qualche interesse, semmai, poteva esserci per quei frutti conservabili più a lungo, quali le noci, le mandorle, e soprattutto i fichi da seccare, che potevano essere consumati a distanza di mesi. Diversi invece i gusti e gli interessi dei proprietari cittadini, che tendevano a ricavare dalla terra una serie di prodotti quanto più possibile varia. Il contrasto emerge con chiarezza nelle fonti toscane del tardo Medioevo. Di fronte a un Leon Battista Alberti che riteneva opportuno e decoroso che nella villa 'si trovassino tutti e' frutti nobilissimi quali nascono per tutti e' paesi', e a un Bonaccorso Pitti nel cui podere era presente un numero incredibile di alberi da frutto (164 fichi, 106 peschi, 86 susini, 24 mandorli, 25 meli, 16 peri, 6 melaranci, 7 melagrani, 2 meli cotogni, 4 noci, 9 amareni, oltre a 60 olivi), stava la diffidenza dei loro mezzadri, indotti quanto meno a potare drasticamente - e irrazionalmente - le piante in modo da procurarsi legna da ardere e da ridurre il loro ingombro sul terreno a vantaggio delle colture cerealicole. Non è un caso che ancora nell'800 gli agronomi toscani deplorassero la 'mania di tagliar rami' diffusa tra i mezzadri."

Questi cenni sono tratti da:
GIULIANO PINTO, L'alimentazione contadina nell'Italia bassomedievale, fa parte di "Incontri pistoiesi di storia arte cultura", 35, Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 1986, pp.12-13

Cercando delle conclusioni provvisorie, ricavabili da una lettura integrata Montanari/Pinto, pare di poter affermare che non necessariamente il ceto contadino del Tardo Medioevo disprezzava la frutta fresca in sè, ma certamente non poteva cibarsene in modo massivo, dato che la coltura di alberi da frutto era di intralcio allo sviluppo di quella cerealicola, all'epoca dominante (il "core business" potremmo dire con forzatura moderna); esigenze di conservazione, poi, mettono in luce come la frutta più pratica fosse quella secca, perchè consumabile a distanza di mesi.

Ma torniamo al discorso sulle qualità dei cibi. Avrei delle domande dirette: esisteva il melone giallo o c'era solo quello invernale? Cosa si intende per "melarancio", "amascina" e "visciola"?
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Anna
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Posted - 20/12/2007 :  21:47:06  Show Profile  Reply with Quote
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Originally posted by Bartolo

Ma torniamo al discorso sulle qualità dei cibi. Avrei delle domande dirette: esisteva il melone giallo o c'era solo quello invernale? Cosa si intende per "melarancio", "amascina" e "visciola"?






Anche in questo caso riporte i commenti della Patrone:
pag. 194:
8) Dalamsinus, amascina, PRUNE DI DAMASCO, bot. Prunus domesticus. Sono una specie di susine ricordate specialmente nel Canavese. Hanno tutte le virtù delle prugne.

pag. 204:
28) Prugna o Susina, pruna, brignus o burgnonus, consilerius. bot. Prunus domestica. La prugna non sembra aver avuto una larga diffusione in area pedemontana, se non forse nelle zone collinari, in genere le aree più ricche di essenze fruttifere di ogni tipo. Il frutto sembra essere invece abbastanza usato, sia secco e cotto, sia fresco, come dissetante ed energetico: contiene del resto, una notevole quantità di acqua, variabile a seconda della specie, ed una discreta percentuale di vitamine A, B,C.

pag. 205:
31) VISCIOLA, friscola, bot. Prunus avium. Questa qualità di ciliege non è molto ricordata nei documenti pedemontani, forse anche perchè può essere stata confusa facilmente con l'amarena.


MELARANCIO, melangola, melangolus. Arancia amara

Per quanto riguarda i meloni sinceramente non so cosa rispondere, al momento non ho trovato nulla che ci possa aiutare.
Le uniche raffigurazioni che mi vengono in mente sono quelle dei vari Tacuinum Sanitatis ma sinceramente da quelle immagini non sono riuscita ad identificarne il tipo.
Sto comunque facendo ricerche e spero al più presto di dare una risposta certa.
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Bartolo
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Posted - 20/12/2007 :  22:55:02  Show Profile  Visit Bartolo's Homepage  Click to see Bartolo's MSN Messenger address  Reply with Quote
Ti ringrazio, sei comunque stata molto esaustiva sul resto.
Dovrò procurarmi il libro della Patrone perchè mi pare un pozzo di informazioni altrimenti difficilmente reperibili...
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carla
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2197 Posts

Posted - 21/12/2007 :  03:11:00  Show Profile  Visit carla's Homepage  Reply with Quote
A questo punto devo razzolare su un altro forum in cui era stato sviscerato il tema "melone in epoca romana" per recuperare le fonti, lì si parlava del melone a polpa arancione, di cui poi l'uso può essere decaduto per motivi culturali o di tabù alimentari, ma sembra che in Italia esistesse qualcosa del genere, cioè, non è arrivato dopo. Può essere però che "dopo" abbiano deciso che non era più "igienico" mangiarlo...
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