PRIMA PARTE

GLI ALBORI DEL “NOBIL GIUOCO”  

L'origine degli scacchi costituisce tuttora una questione assai controversa. Alcuni studiosi, ad esempio, sostengono che tale nobile gioco sia nato in Cina, altri in India, ecc.
I primi giochi che si avvicinano, nell'insieme, a ciò che sono attualmente i “nostri” scacchi, apparvero intorno al VI secolo a.C.
Il primo precursore degli scacchi moderni fu probabilmente un gioco piuttosto popolare in India nel VII secolo, che prevedeva quattro avversari: il suo nome era Chaturanga (tale termine si riferiva, anticamente, ad una particolare assetto di battaglia menzionato nell'epopea indiana del “Mahabharata”). In esso, ciascun pezzo disponeva di un potere autonomo (come negli scacchi e diversamente dalla dama) e la vittoria o la sconfitta dipendevano, in ultimo, da un solo pezzo: il Re.
Ciò che accomuna il Chaturanga agli scacchi è la struttura della scacchiera, in entrambe i casi suddivisa in 64 caselle; la differenze, invece, risiedono nelle modalità di regolamentazione delle mosse, decise, nel Chaturanga , dal lancio di dadi.

Pezzi indiani conservati presso il Museo di Arte Indiana di Berlino (XII-XIV sec.)

Secondo alcuni studiosi, successivamente il Chaturanga subì un mutamento, evolvendo in un altro tipo di gioco, a due giocatori, chiamato Shatrani. L'innovazione più grande che venne apportata fu l'introduzione di un nuovo pezzo, il “firzan” (= consigliere).

Lo Shatrani prevedeva che la vittoria fosse attribuita al giocatore che fosse riuscito a catturare il Re avversario o, in alternativa, tutti gli altri pezzi. Le posizioni iniziali dei pedoni e dei cavalli erano le stesse odierne, mentre erano differenti quelle delle altre figure (sebbene non è dato sapere con sicurezza l'esatto assetto).

Certo è che il gioco riscosse un enorme successo e a poco a poco si diffuse in tutto il mondo conosciuto: intorno al 750 a .C. lo si vede in Cina e più tardi, nell' XI secolo, raggiunse Giappone e Corea.

Le scacchiere cinesi avevano 9 colonne e 10 traverse, ed in più una separazione, il cosiddetto “fiume”, che divideva le due armate, rallentando lo svolgimento delle “operazioni belliche”.

Nei secoli seguenti il Chaturanga/Shatrani si fece gradatamente strada in Europa, principalmente a causa dell'espansione dell'impero arabo. La partita più antica della quale si conservi memoria, venne giocata tra uno storico arabo ed un suo allievo nel X secolo. Più o meno nel medesimo periodo, i Musulmani diffusero il gioco nel Nord Africa ed in Spagna.

Anche i Vichinghi contribuirono fattivamente alla penetrazione nel continente europeo, in particolare in Islanda e Inghilterra. Essi sono considerati gli artefici dell'originale set di gioco in avorio rinvenuto nell'Isola di Lewis, datato intorno al XI-XII secolo.

Set di scacchi ritrovati sull'Isola di Lewis (1150 c.a.)

Di tanto in tanto, i giochi da tavolo e i dadi vennero messi al bando da regnanti e personaggi del clero.
Si ricorda, tra i tanti, il provvedimento adottato da Luigi IX, Re di Francia, il quale proibì il gioco degli scacchi nel 1254 (tale ordinanza fu anche recepita dal diritto canonico, in occasione del Concilio Biterrense del 1255). Nonostante ciò, gli scacchi assunsero gradualmente valenze simboliche di ricchezza, sapienza, potere e distinzione sociale. Di conseguenza i regnanti, già prima del XV secolo, “adottarono” il gioco, e gli scacchi divennero noti con il nome di “gioco del re” (che, guarda caso, coincide, grosso modo, con l'antico termine “gioco dello Scià” usato in Persia molti secoli addietro!).

Luigi IX, re di Francia, detto “Il Santo” (XIII sec.)

Le regole e i pezzi di questo nobile gioco subirono, nel tempo, numerose ma assai lente trasformazioni. Basti pensare, ad esempio, che sebbene il pedone avesse acquistato la facoltà di muoversi di due caselle, alla sua prima mossa, già a partire dal 1300, tuttavia il recepimento diffuso di tale innovazione prese piede pienamente nel corso di ben 300 anni!!

Fu solo in seguito al 1475 che il successo e la popolarità degli scacchi si accrebbero enormemente. Ciò avvenne, secondo i più, grazie all'introduzione di due nuove regole:

•  una volta raggiunta l'ultima traversa avversaria, il Pedone poteva promuovere a Regina (essere cioè sostituito con la Regina , anziché con il ben più debole Consigliere);

•  l'Elefante, il quale prima poteva solamente saltare in diagonale di due caselle, venne sostituito con la nuova figura dell'Alfiere (molto più potente).

Queste innovazioni permisero di potenziare enormemente la frequenza delle combinazioni di scacco matto, visto che da quel momento in poi la tecnica dello “denudamento” (cattura di tutti i pezzi) non costituiva più l'unico modo di far prigioniero il monarca avversario: i giorni della “guerra di trincea” erano definitivamente terminati!

L'arrocco (manovra difensiva volta a mettere al sicuro il Re) e la regola della presa al passo (en passant) erano noti già a partire dal XV secolo ma ebbero uno scarso utilizzo fino al XVIII. Inoltre, la promozione del Pedone a Regina, nel caso in cui sulla scacchiera fosse ancora presente quella “originale”, venne consentita solo a partire dalla metà del XIX secolo.

La conformazione estetica dei pezzi degli scacchi alternò fasi di scarna semplicità a periodi di estrema raffinatezza fin dal VI secolo, per poi stabilizzarsi definitivamente su un look piuttosto essenziale. Ciò consentì una maggiore concentrazione sul gioco in sé e, allo stesso tempo, permise di produrre il gioco più facilmente e di metterlo a disposizione dell'uomo comune.

Il Re divenne il pezzo più alto della scacchiera e presto si iniziò a realizzarlo con in testa una corona a forma di croce, in modo da distinguerlo agevolmente dalla Regina. Anche quest'ultima aumentò di statura e, come già si è detto, a partire dal 1475 andò a sostituire la figura del Consigliere.

L'Alfiere, prima di essere raffigurato con la caratteristica mitra (XIX secolo), era noto in Francia con in nome di “Idiota” ed in Russia con quello di “Elefante”.

Anche la Torre variò notevolmente nella foggia, passando attraverso quella di “nave” e di “carrozza”; il Pedone, invece, ha sempre mantenuto stabile nel tempo la sua bassa conformazione.

Pezzi e scacchiera moderni entrarono in uso nel 1835 per merito del britannico Nathaniel Cook; in seguito vennero approvati da Howard Staunton, uno dei più celebri giocatori del passato, fino a diventare noti come “pezzi Staunton” (ed attualmente sono, in effetti, gli unici consentiti nelle competizioni internazionali).
Il primo Campione del Mondo di scacchi ufficiale - ma qui entriamo nell'era del circuito agonistico moderno – fu Wilhelm Steinitz, nel 1886.

 

Il ludus latrunculorum ed il mistero della nascita degli scacchi in Italia

Per quello che riguarda più strettamente la nostra penisola, è necessario sottolineare il fatto che i romani dell'età classica non conobbero gli scacchi. Secondo Antonio Rosino, massimo studioso di storia scacchistica italiana, “fra i vari giochi da tavola, giocati senza l'ausilio dei dadi, primeggiava il ludus latrunculorum (il gioco dei soldati), ma nessuno è ancora riuscito a stabilirne le regole. Si sa soltanto che si giocava su una tavola intersecata da linee formanti caselle, spesso di 8x8 case, come quella oggi in uno per gli scacchi ma probabilmente non colorate. Scacchiere di 64 case di epoca romana si sono rinvenute specialmente in Inghilterra, lungo il vallo di Adriano: a Chesters, Corbridge, Richborough, Chedworth. Una scacchiera 8x8 trovasi anche a Roma, nella basilica Julia.

Scacchiera 8x8 di epoca romana (Basilica Julia, Roma)

Sebbene l'uso di scacchiere 8x8 induca a supporre un gioco somigliante, almeno in parte, agli scacchi, questa supposizione non trova alcun appoggio nelle fonti. Nel gioco dei latrunculi un pezzo veniva catturato quando era circondato da due nemici su una linea o su una fila: per evitare questo pericolo, era buona norma proteggersi con un pezzo adiacente. Questo modo di catturare è evidentemente lontano dal concetto di cattura negli scacchi, sì che tutti coloro che tentarono una ricostruzione delle regole del gioco dei latrunculi finirono per configurare un gioco assai diverso. L'ultimo tentativo del genere, dovuto a R. C. Bell, ridusse il famoso gioco dei latrunculi a qualcosa di simile al Seega, giocato dai somali e dai beduini ancora in tempi recenti (...) Per quanto possa apparire strano, la parola scachus compare per la prima volta in Italia in un documento della Chiesa (...); le vie più probabili di penetrazione furono i mercanti veneti o croati, che nei loro contatti con l'Oriente vennero a conoscenza del gioco e dei nomi dei pezzi.

Il documento in questione fu una lettera scritta nel 1061 da San Pier Damiani al papa Alessandro II. in essa il santo vescovo informava il papa della penitenza inflitta a un vescovo fiorentino, che per gran parte della notte «praefuerit ludo scachorum». In detta lettera la parola scachus viene adoperata ben sette volte, il che fa di questa lettera uno dei testi più significativi, non solo per la storia degli scacchi in Italia ma per la storia degli scacchi in genere. Il più antico documento contenente la famosa lettera trovasi anch'esso in Italia, nel monastero di Montecassino. Dopo questa lettera, gli accenni scacchistici in testi italiani si moltiplicano, soprattutto per opera dei cronisti (...) [Pare che] i più appassionati per gli scacchi furono i fiorentini, a giudicare dall'interesse suscitato dall'esibizione nel 1265 o nei primi mesi del 1266, di un maestro di scacchi arabo davanti al podestà ( n.d.r: le fonti parlano di un certo Buzzecca)”

Si dice che anche Guido Cavalcanti fosse appassionato di scacchi... Lo era a tal punto, riferisce il Sacchetti, da rimanere vittima di uno scherzo da parte di un ragazzo, il quale, del tutto inosservato, inchiodò la veste del noto letterato allo scranno sul quale era seduto!

Anche Dante subì il fascino del nostro nobile gioco, citando nel corso della Comedia numerosi personaggi (Rizzardo da Camino, Guido Bonatti da Forlì) «coinvolti in vicende scacchistiche», per dirla con Rosino; Boccaccio e Petrarca, dalla loro, citarono gli scacchi nei loro scritti in diverse occasioni (il secondo, in particolare, lanciò una severa invettiva verso la passione per la scacchiera, definendola «sollecitudine superflua», degna di una scimmia).


Bibliografia:

Adriano Chicco – Antonio Rosino, Storia degli scacchi in Italia, Marsilio Editori, Venezia, 1990

 

Autore Dott. Andrea Carloni