SECONDA PARTEScacchi e inventari del XIV e XV secoloNella sua monografia, Rosino cita alcune interessantissime fonti originali, relative ad inventari, le quali testimoniano l'ampia diffusione ed il largo apprezzamento per il gioco degli scacchi nell'Italia dei Comuni e delle Signorie. Ma, ancora una volta, conviene riportare direttamente le parole dell'insigne studioso: “Nel 1236-1237 un diligente annotatore segnalò, fra i beni e gli oggetti appartenenti al vescovato di Lucca «in camera librorum episcopatus...unum par de scachis eburneis», dove «par de scachis» va probabilmente interpretato per due gruppi di pezzi, cioè le due serie di diverso colore costituenti il corredo per una partita. Una espressione analoga si ritrova in un antico inventario angioino: «Par de scachis et par de tabulis de ebore et ebano». Sempre dai registri angioini del 1367 apprendiamo che nella biblioteca della corte esisteva anche, accanto ai libri di medicina, di teologia e di scacchi, una splendida scacchiera di cristallo dotata di pezzi di cristallo e di diaspro. Scacchi e scacchiere venivano custoditi anche nei tesori papali e seguivano le peregrinazioni dei pontefici perfino nell'esilio avignonese. Negli inventari di Innocenzo VI redatti nel 1353 vediamo elencati questi oggetti: «Item 2 bassilia argenti deaurati prolavando manus cum magnis smaltis in medio, in quorum altero sunt ludentes ad tabulas et in alio ludentes ad scacos. Ponderis 15 m . 3 u. 19». «Item 2 drageria [?] forme consimilis deaurata cum esmatis in circumferenciis et in fundo cum esmato ad ymagines regis et regine ludentium ad scacos, ponderis 28 m . 7 u. cum dimidia». «Item alia drageria abinfra deaurata cum esmatis in circumferenciis in quorum altero sunt in 1 esmato ludentes ad scacos et in alio ludentes ad tabulas, ponderis 25 m 1 u.». In altro registro del 1369 troviamo ancora «2 tauleria scacorum depicta cum aurifolio, deaurata». Dati questi precedenti, non possiamo certamente stupirci se Leone X amava sfoggiare una preziosissima scacchiera d'avorio, corredata di pezzi di scacchi d'argento e d'argento dorato, descritta in un inventario sincrono. Anche i corredi da sposa menzionavano, non di rado, pezzi di scacchi preziosi. Quando Valentina, unica figlia di Giovanni Galeazzo, nel 1389 andò sposa a Lodovico «dux Turoniae», figlio del re dei Franchi, portò fra gli oggetti preziosi della sua dote anche «Tabolerium unum laboratum ad gnara [?] et de jaspide cum scachis et merellis...campanile unum eboris cum scacchis et merellis, cum tabolerio parvo ligni». Il «campanile» d'avorio era probabilmente un artistico contenitore dei pezzi di scacchi e delle pedine della tavola reale. Man mano che ci si avvicina al 1500, le menzioni degli scacchi negli inventari si fanno sempre più frequenti. Splendide erano le scacchiere possedute dagli Estensi: un inventario del 1493 porta un intero «Capitulo de Tavole ed Tavolieri di Arzento et di diversa altra sorta guarniti di Arzento et Giochi di Scachi» con la menzione di diciannove giochi preziosissimi, per la maggior parte di avorio, ma alcuni di osso dipinto, o di vetro. Non meno interessanti sono gli inventari delle «Librarie». Particolarmente ricca di libri di scacchi era a Pavia la biblioteca dei Visconti e degli Sforza.”
Insegnamenti e poemetti morali ispirati agli scacchi Con il Liber de moribus hominum et officiis nobilium super ludo scachorum , altrimenti noto come De ludo scachorum, gli scacchi divennero addirittura il pretesto per intavolare disquisizioni di taglio filosofico! In effetti quest'opera del domenicano Jacopo da Cessole non costituiva, avverte Rosino, “un trattato teorico sul gioco degli scacchi, ma un libro di morale, contenente una serie di ammaestramenti spirituali, spiegati con exempla applicati al gioco degli scacchi. L'idea di ricorrere a «esempi» per rinforzare insegnamenti morali non era certo nuova; fu, anzi, una caratteristica di quei tempi l'uso di raccontini, favolette, aneddoti e citazioni, per dimostrare il fondamento di un principio dottrinale, religioso o morale”. Altri trattati analoghi furono, per citare solo i più importanti: il Liber Sanctii Passagii del medico genovese Galvano da Levanto (conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi); il Chronicum Magnum del veneziano fra Paolino (conservato Biblioteca Vaticana di Roma); il Quaedam Moralitas de scaccario attribuito a Papa Innocenzo III. Parallelamente a questo tipo di opere, si sviluppò anche una corrente poetica con intenti prettamente paideutici “didatticamente utile e adatta agli spiriti nobili”, sottolinea il Rosino. “Paesi d'origine di questi poemetti - continua - furono soprattutto la Germania , l'Inghilterra, la Francia. Sarebbe azzardato affermare che taluni di essi abbiano visto la luce in Italia: ma è certo che molti di essi divennero noti anche nel nostro paese, e furono trascritti a uso e consumo degli scacchisti italiani di quei tempi, in manoscritti ancora oggi conservati in biblioteche italiane. Il più importante, per estensione e forse anche per il contenuto, è il poemetto della Vetula , scritto in latino probabilmente da Richard de Fournival nel XIII secolo ma fantasiosamente attribuito a Ovidio, nella cui tomba sarebbe stato trovato, custodito in un cofanetto d'avorio, quattrocento anni dopo la sua morte”. Altri poemetti famosi, furono: la Elegia de ludo scachorum (composta di scritti di epoche eterogenee, approssimativamente dal XII al XV secolo e facente parte della raccolta dei Carmina Burana , assai nota agli studiosi); il c.d. “Winchester Poem” (titolo originale: Poema temporis Saxonum , XII secolo), di origine anglosassone; il c.d. “Poemetto di Deventer” (a noi pervenuto tramite una trascrizione parziale contenuta in un codice del XIII secolo). Le origini della problemistica Alzi la mano chi non ha mai visto sulle riviste di enigmistica almeno una pagina dedicata agli scacchi, in cui si propone di trovare la giusta combinazione di matto in un numero predeterminato di mosse. Ebbene, qualcosa di molto simile agli odierni “problemi” era già esistente anche in epoca medievale. Si tratta dei c.d. «partiti»: “Questo particolare interesse per la composizione - afferma Antonio Rosino – non era causato dall'attrattiva derivante dalla bellezza delle combinazioni, create dalla fantasia del compositore, ma da un motivo molto più prosaico. Sui «partiti», infatti, si usava scommettere forti somme di denaro: ciò spiega la profusione degli esempi riportati nelle varie raccolte, alcune delle quali offrono al lettore centinaia di posizioni, talune differenziate da minimi spostamenti di pezzi, tali da indurre in errore uno scommettitore sprovveduto. Uno dei più antichi codici contenenti «partiti» - comunque certamente uno dei più famosi – è il codice latino 241 (già Banco dei rari B.A.6, p. 2 N.I) della Biblioteca Nazionale di Firenze, contenente 314 «partiti»”. Tra gli studiosi è noto con il nome latino di Bonus Socius (“buon compagno”) ed il manoscritto è con tutta probabilità risalente al XIV secolo. La Lombardia e il primo tentativo di codificazione universale delle regole del gioco Concludiamo la nostra rivisitazione dell'opera di Rosino riportando alcuni suoi passaggi circa le c.d. «assise»: “Nei secoli XIII-XIV la Lombardia vantò i migliori giocatori di scacchi dell'intera Europa. Le «assise lombarde», cioè le regole del gioco adottate in questa regione, furono praticamente osservate in Francia e Inghilterra come regole internazionali. Esse differivano non poco dalle leggi arabe; nelle linee essenziali potevano così riassumersi. Il Re poteva alla prima mossa saltare due, tre o quattro case, purché non si ponesse sotto scacco. Contemporaneamente – sempre alla prima mossa – poteva muovere la Regina ; le due mosse contavano per una sola mossa. La Regina muovendo dalla casa iniziale poteva saltare un casa, anche occupata da un pezzo, portandosi nella terza casa in senso ortogonale o diagonale. Analogo privilegio valeva per la «Regina nova» cioè per il pedone promosso a Donna. Il «rex spoliatus» non era matto, fin tanto che potesse muovere sottraendosi agli scacchi; e neppure era matto il Re che non potesse più muovere (attuale stallo). I pedoni muovevano come nel gioco attuale: secondo le «assizes lombardes» non era ammessa la cattura al varco [c.d. ‘en passant']”. Il Rosino cita, tra i migliori giocatori lombardi del XV secolo, il conte Galeotto Belgioioso (“avversario frequente di Galeazzo Maria Sforza”) ed un certo Zoanne Lombardo (che “nel 1493 era avversario preferito di Ercole I d'Este”). Bibliografia: Autore Dott. Andrea Carloni |