PRIMA PARTE

La storia moderna del mosaico di Bobbio ha il suo prologo alla fine del 1800, in quegli anni la Basilica di San Colombano di Bobbio infatti necessitava di urgenti interventi di restauro alla cripta. Il preventivo presentato dai “ Sigg.ri Capo Mastri Cella Edoardo e Bianchi Vittorio pei lavori murarj da eseguirsi nella Chiesa di San Colombano, in ordine ai restauri della Cripta ” ammontava a quasi 500 lire. Nella corrispondenza fra la Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte e della Liguria e Don Paolo Guarnaschelli Presidente della Fabbriceria di San Colombano, emerge la difficoltà di attribuire le quote di partecipazione che vedeva coinvolto anche il Municipio bobbiese. A dare una svolta al lungo iter burocratico per reperire i finanziamenti necessari fu, nel 1909, la donazione di una cospicua somma di denaro da parte dell'allora primate d'Irlanda cardinale Michael Logue che, a seguito di una sua visita al santuario bobbiese nel 1906, si fece promotore di una raccolta di fondi. Il progetto dell'ingegner Cecilio Arpesani di Milano venne immediatamente approvato e finalmente poterono iniziare i lavori. Oltre al consolidamento delle parti murarie, era prevista anche la costruzione di una scalinata per l'accesso diretto alla cripta dalla navata centrale che agevolasse l'afflusso dei pellegrini alla tomba di San Colombano.

bobbiop.jpgIl 21 giugno 1910, giunti alla profondità di 2,35 metri dal piano della basilica, i picconi degli operai incontrarono un punto di maggior resistenza e fra i detriti affiorarono alcuni cubetti di pietra colorati. Sepolto e dimenticato da quasi otto secoli, si trovava proprio in quel punto il grande tappeto musivo romanico. Alla luce della nuova scoperta il cantiere venne immediatamente bloccato in attesa dell'intervento della soprintendenza per valutare il da farsi. Dalla relazione preventiva redatta il 6 maggio 1910 in merito ai “ Provvedimenti per l'isolamento e la conservazione del Mosaico Pavimentario ” si legge: "... venne visitato il giorno 29 luglio 1910 dall'Ispettore Sig. Prof. Toesca della R. Soprintendenza ai Monumenti di Piemonte e Liguria e riconosciuto di altissimo valore archeologico e artistico. Venne quindi stabilito dalla R. Soprintendenza che si provvedesse al completo scoprimento del Mosaico, ed ai modi di proteggerlo e conservarlo, rendendolo in pari tempo accessibile ai visitatori ...". Il mosaico al momento del sopralluogo del Toesca era stato liberato solo in parte e non se ne conosceva ancora l'esatta estensione, come dimostra il disegno di una planimetria dell'epoca che fotografò lo stato di avanzamento degli scavi. Il progetto originario per la conservazione e la valorizzazione del mosaico, sviluppato sempre dall'ingegner Cecilio Arpesani prevedeva che: "... Il provvedimento atto a proteggere il mosaico, permettendone l'accessibilità, senza interrompere dannosamente il pavimento della Chiesa, è la costruzione di un soffitto, del minimo spessore possibile, che ricopra per circa due terzi la superficie del mosaico e ne lasci scoperto il terzo rimanente, e visibile dalla Chiesa stessa, a chi solo si affacci alla bocca dello scavo ...". Le intenzioni dell'allora responsabile si evincono chiaramente ancora da queste righe: "... Dovendo lasciare completamente libero il mosaico, per tutta la sua estensione, il soffitto non potrà poggiarsi che su dei muri laterali da costruirsi ai termini del mosaico, di tale spessore che, oltre al portare il soffitto reggano anche alla spinta della terra, che devono trattenere ...". Alla relazione fu allegato anche un dettagliato preventivo di spesa che ammontava alla considerevole cifra, per quei tempi, di 16.500 lire. La nuova scoperta avrebbe richiesto un immediato intervento anche economico da parte delle autorità competenti, ma così non fu. L'elevato costo dell'opera non poteva essere certo sostenuto per intero dalle esigue finanze della fabbriceria di San Colombano, nonostante la donazione del Cardinal Logue, pertanto fu necessario intraprendere iniziative per ottenere anche lo stanziamento di fondi pubblici. Per attuare il progetto Arpesani la Soprintendenza piemontese invitò il Canonico Bobbi, Vicario Generale della Chiesa di San Colombano a: “ voler fissare il contributo di cotesta Fabbriceria, di promuovere una sottoscrizione fra i parrocchiani e di far pratiche presso l'Autorità Comunale di Bobbio per ottenere anche il suo concorso. E' sperabile che in tal modo si raggiungerà la maggior parte della somma, mentre io farò il possibile di ottenere che la concessione del contributo da parte del Ministero per l'Istruzione corrisponda ad un terso della somma stessa ”. Inizia quindi una gara contro il tempo per reperire la somma necessaria ad intraprendere l'opera di recupero e di salvaguardia del mosaico. Nel 1913/14, quando pare che siano state attribuite le quote di competenza e fosse possibile procedere all'esecuzione dei lavori, sopraggiunsero nuove difficoltà: “ Il progetto Arpesani già approvato dalla Soprintendenza di Torino, da cui Bobbio dipendeva, la Soprintendenza di Milano alla cui dipendenza è ora Bobbio passata, intende modificarlo e si riserva di fare progetto e perizia essa medesima. Cosa che fin qui non ha fatto .” Non abbiamo nessuna immagine sullo stato in cui versava la basilica, ma queste parole rispecchiano fedelmente la situazione e lo stato d'animo del prevosto di San Colombano: “ Bobbio 12 Sett. 1915 All'Economato Generale dei Beni Vacanti di Torino Coi restauri della cripta di questa Basilica fatti in massima parte a spese degli Irlandesi, fu scoperto un largo mosaico pavimentario. Per rimetterlo totalmente in luce e provvedere un soffitto in cemento armato ecc. fu redatta la perizia per una spesa di lire 16500. Povera essendo l'amministrazione della Chiesa, poveri gli Enti Locali fu inoltrato ricorso sia al Ministero della Pubblica Istruzione che a codesto Economato di Torino. Il Ministero trattandosi di opera di altissimo valore archeologico e artistico accordò un sussidio di lire 6 mila codesto Economato non si decise ancora in merito, per cui il sottoscritto invita nuovamente, essendo la pratica cui in corso da oltre quattro anni. In d'uopo avvertiva che il ripristino del musaico, per sé non interessa il culto, e questa chiesa avrebbe proceduto alla costruzione d'accesso al presbiterio, anche senza il ripristino del mosaico. Fu il Ministero della Pubblica Istruzione che modificò il progetto di accesso al presbiterio ordinò due rampe di scale, gli scavi, il soffitto in cemento armato ecc. ond'è che trattandosi di ordinanze del Superiore Ministero fu per noi una forza maggiore che trasformò in parte il sacro edificio e ne impedisce tuttora il libero esercizio del culto nel senso che colla voragine oggi aperta innanzi al presbiterio a cui non può più accedersi direttamente è uno sconcio intollerabile se preso non si pon mano ai lavori. Per questo il sottoscritto osa rivolgersi un'altra volta a codesto R. Economato invocando quel largo contributo che dia finanza a sufficienza per ritornare la Basilica al libero e decoroso esercizio del Divino culto .” Questa supplica ricevette una laconica risposta solo l'11 Febbraio 1920: “... debbo farle presente come a tal fine, mi è prima necessario che la S. S. rinnovi personalmente per iscritto in carta semplice la domanda. Nel redigere tal nuova istanza dovrà esporre lo stato dei lavori, il quantitativo dei mezzi che sono a sua disposizione per le occorrenti spese, documentando l'affare con una regolare perizia del pari in carta semplice ...” Lo stato di forte disagio per tutta la comunità parrocchiale è espresso nuovamente in questa lettera indirizzata al Regio Economato di Torino dal parroco Don Stefano Rebolini che porta la data del 13 febbraio 1922. "... faccio presente che lo stato dei lavori è ancora tale e quale fu lasciato all'epoca della scoperta del mosaico pavimentario, cioè nel 1910. Da allora in poi e cioè per un periodo di dodici anni, oltre lo sconcio intollerabile che presenta la Basilica con quell'abisso aperto dinanzi al presbiterio, con l'impossibilità di accedere direttamente dalla chiesa all'altare, rimase e rimane tuttora inceppato e quasi impossibile l'esercizio del culto, con danno e vergogna come ci rimproverano e non a torto quanti vengono a visitare ed ammirare il nostro (monumento) ...". Nel frattempo il progetto Arpesani venne rivisto e stravolto nel suo impianto originale dalla Soprintendenza di Milano che come si è visto era subentrata per competenza a quella di Torino, e il costo dei lavori era salito a 47.500 lire.

Finalmente nel 1923 l 'opera di restauro fu intrapresa, ma non completata. Persisteva ancora una situazione di provvisorietà come si rileva nel seguente brano estratto dalla lettera di don Rebolini del 29 marzo 1933: "... A compimento dei lavori di restauro eseguiti nel 1923 sotto la direzione del disegnatore sig. Bottelli per la conservazione del mosaico pavimentario e l'accesso alla cripta della basilica di San Colombano in Bobbio, rimane a farsi la balaustra, che in quell'epoca non si è potuta eseguire per mancanza di tempo e di mezzi ..." Ancora non era finita l'attesa per il ripristino dell'agibilità della basilica, si legge infatti che l'8 aprile 1933: “ Il comune di Bobbio essendo stato aggregato alla provincia di Piacenza, la S. V. dovrà rivolgersi, per quanto si riferisce ai lavori di restauro della Basilica di S. Colombano, alla Sovrintendenza all'Arte Medievale e Moderna dell'Emilia, in via Belle Arti 52, Bologna. Restituisco la Nota 29 Marzo u.s., e, a parte, i disegni .” E' necessario attendere il 1935 perché possa essere finalmente rimosso il cantiere infinito che occupò San Colombano per ben 26 anni. Le maldestre picconate degli operai nel 1910 causarono una grave lacerazione nel litostrato, che fu aggravata nel corso del tempo dai numerosi distacchi di tessere cancellando irrimediabilmente abbondanti parti delle scene. Dal rilevamento effettuato nei momenti immediatamente successivi al ritrovamento sono visibili un cavaliere e parte della fascia divisoria superiore, oggi completamente scomparse. Gli anziani del posto intervistati nei primi anni '80, ricordavano ancora quando da bambini si calavano nello scavo per raccogliere “quei bei sassolini colorati”. Tutte queste controversie hanno ben poco giovato al grande mosaico, che ancora oggi si trova relegato in una nicchia buia ed inaccessibile, segregato dietro una cancellata dalla quale è possibile ammirarlo parzialmente, guardandolo al contrario. Nonostante ciò la sorte del manufatto bobbiese è senza dubbio migliore di tanti altri litostrati che sono stati strappati dal loro contesto originale e appesi, come improbabili quadri, alle pareti delle chiese e delle sagrestie, o peggio ancora incoscientemente ricoperti e occultati in ragione di una pretesa salvaguardia.

IL RESTAURO MODERNO

Nel 1980, grazie all'interessamento di Monsignor Giacomo Maina, fu realizzato un intervento di restauro per ripristinare il consolidamento dello strato di allettamento delle tessere e rimuovere gli affioramenti di salnitro e la formazione di muffe causate dal passaggio di una falda sottostante. Ciò consentì di bloccare un pericoloso processo di degrado di alcuni tipi di pietre a struttura brecciosa e di scongiurare il distacco di ampie zone di mosaico dal letto di posa dovute al rigonfiamento della malta e al progressivo cedimento del sottosuolo. L'opera di restauro venne affidata ai tecnici della Cooperativa mosaicisti dell'accademia di Belle Arti di Ravenna. Il sopralluogo preliminare consentì di effettuare un sondaggio per testare la possibilità di asportare il tassellato con il metodo a strappo per un restauro di laboratorio e il conseguente rifacimento ex-novo del letto di posa. Riscontrato l'elevato rischio di questo metodo di intervento, i tecnici optarono per un restauro “in situ”. Nella prima fase di recupero venne iniettata una resina riempitiva ed adesiva fra gli interstizi delle tessere, ciò consentì di bloccarne il distacco e di colmare i vuoti del letto di posa formatosi fra lo strato di allettamento ed il mosaico. La seconda fase fu caratterizzata da una accurata pulitura della superficie in vista delle tessere e al loro trattamento con uno speciale consolidante che consentisse al contempo la naturale traspirazione della pietra. Alcuni scavi "ad unghia" effettuati lungo le pareti che circondano il litostrato su tre lati, portarono alla luce altre parti di mosaico aggiungendo così particolari importanti alla identificazione di alcune scene.

 

Fonti e Bibliografia
§           la documentazione epistolare dal 1899 al 1933 è stata concessa in copia a Studio GioVe da Mons. Giacomo Maina nel 1984.
§           gli originali dei documenti sono conservati presso gli archivi della Basilica di San Colombano a Bobbio
§           le informazioni sul restauro del 1980 sono state fornite direttamente dai restauratori Strocchi e Vaccaluzzi della cooperativa mosaicisti di Ravenna che eseguirono l'intervento
§           H. Balducci," La Chiesa e il Monastero di San Colombano", Pavia 1936
§           S. Fermi, "La scoperta di un antico musaico a Bobbio", in Bollettino storico piacentino, 1910

 

Autore Dott. Luca Giordani