LE COMPAGNIE DI VENTURA

Nascita ed evoluzione delle milizie mercenarie

Trattare in modo sintetico di un fenomeno eterogeneo e poliedrico come quello relativo alla nascita ed alla evoluzione delle compagnie di ventura è impresa assai ardua. Già il tentativo di collocare il mercenariato all'interno del turbolento panorama storico italiano a cavallo tra i secoli XIV e XV è fonte di numerosi dibattiti tra gli esperti. Un fatto, tuttavia, è indubbio: la penisola italiana risultava sostanzialmente spaccata in cinque Stati (visconteo, veneziano, fiorentino, pontificio e angioino-aragonese) e in una miriade convulsa di altri staterelli minori, perennemente in contrasto tra loro per motivi più o meno rilevanti che andavano dalla mera rettifica di un confine alla vera e propria conquista di un intero territorio. Si tratta dunque di vicende localistiche, episodi di microstoria spesso difficilmente ricostruibili con precisione nei loro contorni che decretarono lo sgretolamento del feudalesimo ed il correlativo trionfo delle realtà municipali su quelle dell'antico castrum.

Verosimilmente fu proprio questo passaggio a ingenerare in alcuni nobili dediti in toto all'esercizio delle armi, improvvisamente depredati dei loro possedimenti, il desiderio di mettersi al servizio dei vari potentati locali e di combattere al loro soldo. Inizialmente, più che compagnie nel vero senso del termine questi individui formarono “masnade” di combattenti (per lo più stranieri di varia estrazione sociale), del quale divennero i capi. Tali assembramenti avevano carattere temporaneo, erano assolutamente restii a legami di ogni tipo né si dimostravano osservanti di regole o codici morali, come ben sottolinea il Cardini. Questi parla addirittura di una “malattia endemica a far le spese della quale non erano tanto gli eserciti quanto le popolazioni. I venturieri – continua l'insigne medievista - se non erano un gran pericolo per i loro colleghi che contingentemente si trovavano sul fronte nemico, erano in cambio un flagello per le popolazioni civili dei territori che essi attraversavano”.

Particolare dell'affresco con il monumento equestre a Giovanni Acuto- Santa Maria del Fiore a Firenze - 1436 - Paolo Uccello

Le fonti riferiscono che la più antica compagnia di ventura organizzata, operante in Italia, fu quella degli Almogavari agli ordini di Ruggero de Flor (1303). Seguirono, solo per ricordare le più importanti, la Compagnia tedesca al comando di Marco Visconti (13 2 9); la Grande Compagnia , costituita pure in gran parte da Tedeschi agli ordini di Warner di Urslingen dal 134 2 al 1351, e poi con afflusso di Ungheresi e di Provenzali ricostituita nel 135 2 dal Montréal (fra Moriale) che la comandò fino al 1364; la Compagnia della Stella, per lo più formata da Inglesi e Tedeschi sotto lo Sters e Anichino Baumgartner; la Compagnia Bianca , prevalentemente di Bretoni ed Inglesi, sotto il celeberrimo John Hawkwood (altrimenti noto come Giovanni Acuto, 13 2 0-1394) che ebbe un ruolo preponderante nelle lotte tra Pisa e Firenze. Altre compagnie fiorite nei primi due terzi del XIV secolo con partecipazione di Italiani furono quelle di Raimondo di Cadorna, del conte Oliviero Boccabianca detto Ferraccio (fra il 1349 ed il 1360) e quella di Ladrisio Visconti.

Tuttavia, quella che è a buon diritto considerata la prima compagnia costituita quasi interamente da Italiani, nata per opporsi agli eccessi di quelle straniere (stigmatizzate, fra l'altro dallo stesso papa Urbano V), fu la Societas Italicorum Sancti Georgi , meglio nota come Compagnia di San Giorgio . Essa fu creata dal conte Alberico da Barbiano (1344 ca – 1409) poco dopo gli eccidi di Cesena e risulta pienamente operativa a partire dal 1371, quando Bernabò Visconti la assoldò contro gli Scaligeri, alleatisi ai suoi danni coi Carraresi. Dalla scuola d'arme di Alberico uscirono tutti i maggiori capitani del XV secolo: Ugolotto Biancardo, Iacopo dal Verme, Facino Cane, Francesco Bussone detto il Carmagnola, Muzio Attendolo Sforza ed il figlio Francesco, Braccio da Montone, solo per citarne alcuni.

La ragione che ha decretato la fine delle compagnie straniere e l'avvento dei capitani italiani è sempre rimasta piuttosto oscura. Clemente Ancona ha tentato di fornire una risposta in questi termini: “E' possibile – ipotizza – che la crociata organizzata dalla Chiesa contro le ‘peregrine spade' abbia avuto la sua importanza, avendo essa mobilitato, fra l'altro, stuoli di predicatori, poeti come il Petrarca e perfino una santa come Caterina da Siena, ed essendo riuscita a scatenare (o, forse più giustamente, dirottare) contro le stesse compagnie sollevazioni popolari; ma è anche opportuno ricordare che proprio in quegli anni si creò in Europa una situazione politica e sociale estremamente tesa [ n.d.r ., si allude principalmente alla ripresa della guerra dei Cento Anni in Bretagna, ai conflitti politico-sociali della Svizzera contro il dominio asburgico, alle rivolte popolari italiane come quella dei Ciompi, ecc]. Si può dunque pensare che i gravi conflitti di quegli anni abbiano contribuito a far rientrare nei paesi d'origine condottieri e mercenari stranieri per combattere a fianco o contro i rispettivi sovrani”.

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