A seconda di ciò che era di volta in volta previsto quale oggetto contrattuale potevano aversi due tipologie: la condotta a soldo disteso , con il quale il condottiero si impegnava formalmente a militare con un determinato numero di uomini agli ordini di un Comune o di una Signoria senza subire particolari limitazioni nell'impiego delle forze; la condotta a mezzo soldo che prevedeva, invece, la subordinazione ad un capitano generale, il quale stabiliva le modalità logistiche ed i luoghi dell'operazione bellica. La differenza pratica fra i due schemi risiedeva nel compenso conferito e nell'entità del rischio al quale il capitano e l'intera compagnia si esponevano (paga piena e rischio maggiore nel primo caso, paga inferiore ma rischi minori nel secondo). La durata del contratto era denominata "ferma", di solito seguita da un periodo d'aspettativa - solitamente pari a sei mesi - durante il quale il condottiero rimaneva vincolato alla controparte, che aveva il diritto di prelazione (il c.d. "aspetto") per un altro ingaggio. Terminata la condotta, il condottiero era comunque considerato libero, pur vigendo la clausola che passando ad un nemico non poteva combattere contro il precedente "datore di lavoro" per due anni (oggi potremmo definirlo "patto di non concorrenza", mutuando un termine dal diritto commerciale). Un particolare tipo di condotta, il "contratto d'assento", fu quello stipulato per i mercenari di mare: essa prevedeva l'ingaggio di forze navali, e "assentisti" furono chiamati i capitani che lo sottoscrivevano. Genova cominciò ad impiegarli già dagli inizi del Quattrocento e lo Stato della Chiesa non fu da meno, mentre Venezia non volle mai ricorrere a questo tipo di condotta. Varie erano le forme contrattuali: talvolta il capitano era anche proprietario delle navi mentre in altre occasioni si limitava ad equipaggiarle ed esse rimanevano oggetto di disposizione delle città-stato. Il compenso veniva stabilito a forfait - diversamente da quello previsto per le condotte di terra, il quale era corrisposto in ragione del tempo, degli uomini e dei mezzi impiegati - con assunzione a proprio carico di danni e perdite; la fonte di guadagno personale del capitano era la terza parte di tutto il bottino, frutto d'arrembaggi e di saccheggi. Vi era, insomma, un' attenzione certosina nella compilazione di ogni singola clausola e ciò ha portato numerosi autori a sottolineare le qualità imprenditoriali dei condottieri (R. De la Sizeranne per primo coniò il termine di “imprenditore militare” riferendosi a Federico da Montefeltro). C'è anche chi, lasciandosi andare al gusto della forzatura, ha addirittura parlato di manager nel senso moderno del termine! In ogni caso bisogna rifuggire dalle rigide catalogazioni e convenire con il Cardini che “in realtà, i condottieri hanno parecchi volti, mutano espressione e atteggiamento a seconda di come li guardiamo”. Se ci concentriamo sul lato meramente professionale essi appaiono come freddi calcolatori, “uomini d'affari attenti, sagaci, avidi, forti d' una spiccata professionalità anche se non sempre di onestà adamantina”; se al contrario ci lasciamo sedurre dall'aspetto vocazionale, allora scopriamo che essi “conservano gelosamente i loro brandelli di etica cavalleresca e rivelano sovente un culto del tutto antieconomico per la gloria”. I capitani di ventura furono in effetti anche grandi cultori delle arti più eterogenee: medicina, ingegneria militare, fabbricazione e manutenzione di armi e strumenti ossidionali, giurisprudenza, musica, poesia e pittura furono il “tormento e l'estasi” di molti di loro (alcuni commissionavano perfino opere auto-celebrative a noti artisti: un esempio per tutti, i sonetti del Petrarca dedicati a Stefano Colonna, Orso dell'Anguillara e Pandolfo Malatesta). Tornando al discorso più strettamente attinente alla compagnie, è possibile concludere la nostra indagine accennando brevemente alla loro struttura interna. L'unità tattica di base era rappresentata dalla “lancia”: la sua composizione standard per il XV secolo con tutta probabilità doveva essere molto simile a quella enunciata nel testo della condotta stipulata nel 143 2 tra Firenze e Micheletto degli Attendoli. Questa prescriveva per ogni lancia un “capolancia” ( unum caporalem ), uno scudiero a cavallo con armamento leggero detto “piatto” ( unum equitatorem sive piactum ) ed un paggio con funzioni di servitore a cavallo di un ronzino ( unum paggium ) – per un totale di tre cavalcature ( cum duobus equis et uno ronzeno ). Questa, tuttavia, non era una regola fissa: con il tempo l'organico della lancia aumentò ulteriormente fino a contare 5, 6 o addirittura 7 cavalli (come si legge in un progetto del 147 2 concernente l'esercito milanese: furono formate 136 squadre per un totale di 3.604 uomini d'arme e 2 4.617 cavalli; il rapporto fra cavalli e uomini, dunque, è di circa 7:1). Soprattutto dalla metà del XV secolo in poi, oltre ai cavalieri molto spesso troviamo anche compagnie di fanti (alcuni dei quali erano detti “provisionati”, in quanto percettori di uno stipendio fisso erogato dalla pubblica autorità); si trattava di formazioni meno strutturate dal punto di vista gerarchico ma in ogni caso sempre capeggiate da un superiore, definito generalmente “conestabile” (dal latino comes stabilis ). I fanti erano sostanzialmente divisibili in tre categorie: lancieri/picchieri (dotati di arma in asta), palvesai (dotati di pavese, un ampio scudo di legno leggero o vimini ricoperto di pelle dipinta e spesso infisso nel terreno grazie a una cuspide inferiore) e tiratori (balestrieri, arcieri o, più tardi, schioppettieri). All'inizio, fino al primo quarto del Quattrocento, i fanti saranno inglobati in sole truppe di guarnigione, destinate alla difesa delle città e delle piazzeforti ma più tardi sarà proprio puntando su queste forze collaterali che gli Stati andranno maturando il progetto di costituzione degli eserciti permanenti. Accanto ai fanti, al di fuori del vincolo stabilito con la condotta, figurava, altresì, anche una sempre più folta schiera di “lanze spezzate”, cavalieri non dipendenti da nessuna compagnia che militavano legandosi individualmente agli Stati che di volta in volta si trovavano a richiedere i loro servigi. La loro importanza doveva essere notevole: nel 14 2 7 Venezia aveva al suo servizio 400 lanze spezzate, Firenze 150; Milano, fra il 1430 ed il 1440 ne aveva addirittura 700. Riferimenti bibliografici: Autore Dott. Andrea Carloni |